Chiedere
aiuto significa chiedere attenzione. All’interno della relazione d’aiuto
di tipo terapeutico l’attenzione va considerata una entità
concreta, una cosa, che si tocca, si prende, si sposta, si fa cadere, si
protegge, si accende, e così via. Del resto, sotto la voce attenzione,
quante espressioni ci dà il dizionario?
Consideriamo l’attenzione come il fondamento della relazione terapeutica,
anzi, se ci è concesso il ritorno metaforico al mondo degli oggetti
concreti, consideriamo l’attenzione come una casa. Proviamo dunque
a fondare questa immagine: la Casa dell’Attenzione.
E consideriamo il paziente come Ognuno, come l’Everyman del dramma
medievale, che simboleggia, nel suo viaggio attraverso varie prove della
vita, le vicende, favorevoli e avverse, della vita di tutti.
Il paziente dunque, nella rete dinamica attivata nella relazione d’aiuto,
diventerà Ognuno nella Casa dell’Attenzione.
Ora, chi si trovi a dover soffrire, e gestire, una malattia non comune si
troverà a dibattersi in un caos di emozionalità che solo riducendo
di molto possiamo definire incertezza, timore, ansia, paura, angoscia.
L’Ognuno che busserà alla porta della Casa dell’Attenzione
sarà un viandante immerso in una notte dell’anima, che chiede
riparo.
Il terapeuta dovrà, per prima cosa, accogliere questa richiesta.
Umanità. Sensibilità. Capacità di ascolto. Rispetto.
Questo chiede il paziente. Ma simili richieste entreranno nella Casa dell’Attenzione
in un turbinio scomposto, e ancora una volta parliamo di caos di emozionalità:
è importante che la Casa dell’Attenzione, una volta aperta
la porta, sappia assorbire, ordinare, e restituire al paziente il proprio
vissuto in una forma che sia, in buona misura, sostenibile.
A questo proposito non sarà inutile sostare, col ragionamento ma
anche con la fantasia, su quanto di simbolico esista nella rappresentazione
mentale della propria malattia da parte del paziente ematologico.
Il sangue, per sua natura, fluisce. Anche la coscienza, secondo le speculazioni
ottocentesche di William James, ormai confermate in buona misura dalle ricerche
sulle reti neurali, anche la coscienza fluisce. Essa, come il sangue, è
un flusso, uno scorrere, un perenne rinnovamento di sé: William James
parlava di “flusso di coscienza”. Qualora la malattia interessi
le cellule ematiche il vissuto di invasione inarginabile sarà presente
molto più che in caso di altra malattia organica come un tumore solido,
che è possibile “isolare” in un luogo, in una zona del
corpo. E’ la coscienza ad essere invasa dalla malattia, col conseguente
vissuto di caos.
Per questo la Casa dell’Attenzione creata dal terapeuta dovrà
essere in grado, come dicevamo sopra, di assorbire, ordinare e restituire
al paziente il proprio vissuto.
D’altra parte, la difficoltà nel tematizzare questi problemi
deriva dalla mutata legislazione, e dal diritto all’accesso all’informazione.
Solo fino a pochi decenni fa i pazienti non chiedevano molte informazioni,
spesso non sapevano neanche cosa chiedere, e il medico accettava il patto
occulto del silenzio.
In tempi recenti i diritti nell’accesso all’informazione sono
parte del patrimonio di consapevolezza del paziente, e questo causa un profondo
mutamento nella natura della relazione medico paziente. Non a caso, l’espressione
“relazione d’aiuto” è relativamente recente.
Se l’attenzione è dunque la cornice della relazione d’aiuto
sarà dunque utile sottolineare quanto sia delicato il momento della
comunicazione della diagnosi. Se è un dato di fatto che essa va sempre
inclusa nella relazione medico paziente, è fondamentale riflettere
sui problemi di stile che essa pone, complessi e importanti. Lo stile di
comunicazione interesserà non solo il paziente ma il gruppo familiare,
che con lui condivide ansie e speranze.
Come la casa ben costruita tollera e assorbe eventi negativi e distruttivi,
così è importante che l’équipe curante tolleri
e assorba l’aspetto del dolore fisico e psichico del paziente. Medico,
psicologo, infermieri, assistente sociale devono sentirsi elementi costitutivi,
travi e muri maestri, fondamenta e tetto della Casa dell’Attenzione.
E non dimentichiamo, anche se può sembrare superfluo, che attenzione
significa ascolto. E’ l’ascolto, in definitiva, che crea il
campo di forze necessario affinché il flusso emozionale dell’angoscia
di morte venga incanalato in argini che ne eliminino il potenziale distruttivo;
l’ascolto attivo, in interazione con la richiesta del paziente, evita
il patto dell’occultamento della verità, che crea sempre patologia
nella relazione.
L’ascolto, infine, è comunicazione implicita di speranza.
La speranza è una cosa di piume
Che si posa sull’anima
Canta un canto senza parole
Senza fermarsi mai
Dolcissimo nel vento lo senti
E violenta deve essere la tormenta
Che può abbattere l’uccellino
Che ha dato riparo a tanti
Io l’ho sentito, nella terra più ghiacciata
E sul più strano mare
E mai, pur se stremato,
ha preteso una briciola, di me.
Emily
Dickinson
A cura del Dottor Antonio Piro, Psichiatra ASL RmC
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