Cosa sono i
linfomi? I linfomi sono tumori maligni che originano nel sistema linfatico. Il sistema linfatico fa parte del sistema immunitario ed è una complessa rete di organi costituita da linfonodi, vasi linfatici, timo, milza e altri organi tra cui midollo osseo, appendice, tonsille. I vasi linfatici contengono un fluido detto “linfa”, che trasporta in tutto il corpo sostanze nutritive, sostanze di scarto e globuli bianchi detti linfociti, che hanno una funzione di difesa contro agenti estranei all’organismo.
Il ciclo di vita dei linfociti è regolato da precisi meccanismi; quando questi si alterano, per cause spesso non ben conosciute, i linfociti si accumulano nei tessuti linfoidi provocandone l’ingrossamento e possono trasformarsi in cellule tumorali. I linfomi si dividono in due grandi categorie: Linfoma o morbo di Hodgkin e i linfomi propriamente detti o Linfomi Non Hodgkin (LNH). Questi ultimi rappresentano la categoria più diffusa, collocandosi al quarto posto tra le cause di tumore. Possono colpire tutte le fasce di età con picco massimo di incidenza tra i 50 e i 65 anni e con una leggera prevalenza del sesso maschile.
Come nascono?
Le cause dei linfomi sono tuttora sconosciute. Tuttavia, alcune forme di linfoma hanno più probabilità di manifestarsi in soggetti che hanno assunto farmaci antirigetto a seguito di un trapianto d’organo, oppure in persone che hanno una riduzione delle capacità immunitarie, ad esempio i pazienti affetti da HIV/AIDS o da Epatite C. Si pensa anche ad alcune sostanze chimiche contenute negli insetticidi e alcuni agenti chimici industriali. Di sicuro, comunque, sappiamo che i linfomi non sono contagiosi e non sono ereditari.
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Quali sono i sintomi?
Il sintomo più comune di linfoma è il gonfiore non doloroso di uno o più linfonodi a livello del collo, delle ascelle o dell’inguine.
Possono essere associati anche sintomi sistemici come evidente dimagrimento e spossatezza, febbre apparentemente immotivata, prurito persistente in tutto il corpo, sudorazione notturna profusa. Pertanto, in presenza di questi sintomi è importante consultare il proprio medico di famiglia. Sarà poi quest’ultimo a valutare l’opportunità di una visita specialistica presso un Centro Ematologico.
Una diagnosi precisa e tempestiva può aumentare le possibilità di guarigione del paziente.
Quali sono le analisi necessarie per effettuare
la diagnosi?
La diagnosi di linfoma può essere ottenuta con certezza solo dopo una biopsia del tessuto malato (in genere, di un linfonodo), che consente di definire correttamente il tipo istologico (istotipo), ovvero la “carta d’identità” del tumore. Una volta individuato il tipo di linfoma è opportuno conoscerne la diffusione (stadio). Infatti, può essere colpita una singola sede linfonodale oppure più sedi.
Mediante una serie di accertamenti diagnostici di laboratorio (esami del sangue) ed esami radiologici tradizionali (ecografia, TAC, PET) e, ove necessario, endoscopici, sarà possibile definire la diffusione della malattia e classificarla in stadi. Una corretta diagnosi istologica e la definizione accurata dello stadio del linfoma sono indispensabili per determinarne l’aggressività e per effettuare la scelta più adeguata del tipo di terapia da instaurare.
Quali sono le terapie convenzionali?
Il Linfoma di Hodgkin ha una prognosi generalmente più favorevole. Nel corso degli ultimi anni i successi terapeutici dovuti alla combinazione di chemioterapia e radioterapia sono considerevolmente aumentati: oggi circa il 75% dei pazienti con Linfoma di Hodgkin può definitivamente guarire.
Il Linfoma non Hodgkin, essendo invece una malattia più eterogenea, presenta una diversa prognosi e come già sottolineato, l’individuazione dell’esatto tipo istologico è fondamentale per istituire una terapia “mirata” quanto più possibile. Lo standard terapeutico attualmente riconosciuto prevede l’impiego di chemioterapia in combinazione con l’anticorpo monoclonale Rituximab diretto in maniera specifica verso il tipo di cellule responsabili della malattia (chemio-immunoterapia). Questa associazione ha migliorato sensibilmente la prognosi, la qualità della vita, il decorso e la possibilità di guarigione, consentendo ai pazienti di vivere più a lungo senza malattia e, in diversi casi, di guarire.
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Cosa sono gli anticorpi monoclonali?
Gli anticorpi monoclonali sono nuovi farmaci biotecnologici diretti contro proteine presenti sulle cellule tumorali. Tutte le cellule hanno sulla propria superficie proteine “di riconoscimento” o “marker” dette antigeni, alcune comuni a molte cellule, in altri casi specifiche per tipi particolari di cellule. Gli anticorpi monoclonali vengono preparati in laboratorio per identificare specifici marker
presenti sulla superficie di determinate cellule neoplastiche. Una volta raggiunte le cellule “bersaglio”, gli anticorpi monoclonali si legano saldamente a queste proteine di superficie, inducendo la cellula a distruggere se stessa (apoptosi) oppure stimolando il sistema immunitario dell’organismo ad attaccare e distruggere le cellule cui è legato l’anticorpo monoclonale. Il rituximab è l’anticorpo monoclonale più frequentemente utilizzato nel trattamento dei Linfomi non Hodgkin, progettato per riconoscere la proteina CD20 che si trova sulla superficie dei linfociti B. L’impiego del rituximab in associazione alla chemioterapia ha determinato un netto miglioramento dell’aspettativa di vita dei pazienti con Linfoma non Hodgkin.
Un altro approccio prevede l’utilizzazione di radio-immunoconiugati. L’anticorpo monoclonale anti CD20 veicola una sostanza radioattiva, il radioisotopo ittrio novanta, che va a colpire, in maniera selettiva e specifica, le cellule neoplastiche a cui si è legato e quelle immediatamente adiacenti. Nella maggior parte dei pazienti trattati con radio-immunoconiugati si assiste a una discesa del numero dei globuli bianchi e piastrine nelle prime quattro-cinque settimane dal trattamento (tossicità tardiva), che è comunque temporanea e reversibile spontaneamente.
Quali possono essere gli effetti collaterali delle
terapie?
Gli effetti collaterali o avversi della chemioterapia si determinano in quanto, analogamente alle cellule tumorali, anche le cellule normali sono sensibili ai vari farmaci chemioterapici. Quest’attività sulle cellule sane può determinare la comparsa di diversi effetti collaterali, che variano a seconda del farmaco utilizzato; sono colpite soprattutto le cellule dell’organismo in attiva proliferazione, come quelle del midollo osseo, della cute, dei bulbi piliferi e delle mucose che rivestono la bocca e il tubo digerente. Va ricordato che quasi tutti gli effetti collaterali sono transitori e scompaiono con la sospensione del trattamento.
Nausea e vomito
Diversi chemioterapici favoriscono il rilascio di sostanze che stimolano un centro cerebrale responsabile della nausea e del vomito.
L’incidenza e la gravità della nausea e del vomito dipendono dal tipo di farmaco, dalla dose, dalla via e dalla durata della somministrazione, dall’eventuale uso di più farmaci in combinazione (polichemioterapia) e anche da fattori psicologici e dallo stato emotivo del paziente. La scoperta di nuovi farmaci antivomito (gli antiserotoninergici) ha notevolmente modificato questa frustrante situazione determinando attualmente un efficace controllo medico del vomito nella grande maggioranza dei pazienti sottoposti a chemioterapia.
Ulcere del cavo orale
Le cellule di rivestimento della bocca e della faringe possono essere danneggiate da diversi farmaci utilizzati per il trattamento chemioterapico (p.es. Etoposide, 5-fluorouracile, methotrexate, adriamicina). Ciò può comportare la comparsa di uno stato infiammatorio doloroso (stomatite) del cavo orale, che può essere in parte prevenuto da una corretta igiene orale.
Caduta dei capelli
Durante la chemioterapia si può verificare caduta dei capelli, parziale o totale (alopecia), solitamente a ciocche. La perdita dei capelli costituisce un serio problema psicologico e non solo per le donne. È importante tuttavia sottolineare che i capelli ricrescono al termine della chemioterapia, spesso più folti di prima.
È bene comunque ricordare che non tutti i farmaci chemioterapici determinano la comparsa di alopecia. La caduta dei capelli solitamente inizia entro le prime due settimane di chemioterapia e raggiunge il suo massimo entro 4-6 settimane dall’inizio della stessa.
La ricrescita dei capelli si verifica entro uno o due mesi dal termine del trattamento chemioterapico. Per la maggior parte dei pazienti affetti da Linfoma di Hodgkin (quelli che vengono curati con protocolli che prevedono la somministrazione della combinazione dei farmaci, quale l’ ABVD di Bonadonna) è possibile evitare l’alopecia indossando, durante la seduta di chemioterapia, una particolare cuffia nella quale viene inserito del ghiaccio secco; in tal modo si determina una vasocostrizione a carico dei vasi del cuoio capelluto con una riduzione spiccata dei farmaci a tale livello. Tale cuffia può permettere al paziente di non risentire del trauma psicologico legato al cambiamento della propria immagine dovuta all’alopecia.
Riduzione delle difese immunitarie
L’azione depressiva sulla funzione del midollo osseo comporta una riduzione del numero di globuli bianchi, con conseguente maggiore facilità di episodi infettivi. Sono però oggi disponibili nuove molecole (fattori di crescita) che limitano fortemente questo effetto avverso e consentono di mantenere i necessari ritmi di somministrazione dei chemioterapici.
Stitichezza
Alcuni farmaci chemioterapici (come la vincristina e il cisplatino) e i nuovi farmaci antivomito possono provocare una riduzione della motilità intestinale e, di conseguenza, in particolar modo nei soggetti predisposti, l’insorgenza di stitichezza.
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Cos’è
il trapianto di cellule staminali presenti nel midollo?
Il trapianto di cellule staminali presenti nel midollo osseo è il “supporto” ad una chemioterapia ad alte dosi e viene eseguito con il trapianto, o meglio l’infusione per via endovenosa, di cellule staminali. Se le cellule staminali sono quelle proprie del paziente si parla di trapianto autologo, se sono invece di un donatore si parla di trapianto allogenico. In linea generale, si effettua prima una terapia di riduzione della massa tumorale, poi si raccolgono le cellule staminali midollari mediante punture sulle ossa del bacino o attualmente da una vena periferica del paziente o del donatore (attraverso una procedura chiamata leucoaferesi dopo mobilizzazione delle cellule staminali dal midollo). Si procede quindi alla chemioterapia ad alte dosi, seguita dalla infusione delle cellule staminali. È poi necessario un ricovero di due o tre settimane, in attesa dell’attecchimento delle cellule staminali. Obiettivo del trapianto è quello di eliminare la malattia del paziente e ripristinare, con l’infusione delle cellule staminali, le normali funzioni del midollo osseo.
Tutti possono fare il trapianto o ci sono delle
limitazioni di età o di altro tipo?
Non tutti i pazienti sono candidabili al trapianto. Il primo limite è sicuramente l’età: è opinione accettata a livello internazionale che solo i pazienti più giovani (età < 65 anni) possano essere avviati ad una procedura trapiantologica (anche se questo limite di età può essere superato nel caso di trapianto autologo). Al di là dell’età, i pazienti potenzialmente trapiantabili vengono sottoposti a numerosi accertamenti per valutare la funzionalità cardiaca, polmonare e la presenza di alcune infezioni o patologie croniche (epatite, AIDS, diabete, etc...), che potrebbero comportare maggiori rischi nel corso della terapia ad alte dosi o nel periodo immediatamente successivo.
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Quali sono i rischi?
I principali rischi correlati al trapianto sono dovuti alla riduzione del numero di tutte le cellule del sangue per l’effetto tossico della chemioterapia sul midollo osseo. La riduzione dei globuli bianchi determina un aumento dei rischi infettivi e della probabilità di mucosite, con possibili conseguenti difficoltà di nutrizione. La riduzione dei globuli rossi determina stanchezza, tachicardia (aumento della frequenza cardiaca) e può causare, se l’anemia è molto severa, dispnea (difficoltà a respirare). La diminuzone delle piastrine determina un rischio emorragico.
Per ridurre al minimo le complicanze, quando necessario, i pazienti vengono trattati con antibiotici, trasfusioni di globuli rossi, di piastrine e con fattori di crescita che accelerano la ricostituzione ematologica.
Abbiamo
avuto notizia dai mass media che ci sono dei nuovi farmaci per la terapia
dei linfomi. Sono già in commercio e disponibili su tutto il territorio
nazionale?
I nuovi farmaci già in commercio sono gli anticorpi monoclonali precedentemente menzionati. Nuovi anticorpi monoclonali e nuovi farmaci mirati su specifiche alterazioni molecolari del tumore sono in fase di sperimentazione. Questi farmaci sono al momento utilizzati nell’ambito di studi clinici controllati in alcune strutture ematologiche italiane, che partecipano a studi nazionali o internazionali.
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