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Cosa
sono le sindromi mielodisplastiche e quali sono i loro sintomi?
Le sindromi mielodisplastiche sono delle patologie molto eterogenee che
si manifestano, nella gran parte dei casi, con un’anemia piuttosto
importante. Si presentano quindi con i sintomi tipici dell’anemia
(la stanchezza, difficoltà alla respirazione, in generale la astenia)
e interessano soprattutto le persone anziane, con più di 60 anni,
ma anche persone molto anziane, per cui sono sintomi che all’inizio
vengono sottovalutati. La diagnosi della sindrome mielodisplastica non
è immediata, non è facile, e quindi vengono diagnosticate
spesso con grande ritardo.
Per
un paziente, qual è l’iter diagnostico?
Quando un paziente si presenta in ambulatorio o viene inviato perché
ha un’anemia importante, occorre subito escludere altre cause, quali
ad esempio la carenza di ferro o vitamine. E’ basilare, poi, verificare
lo stato del midollo, perché in queste malattie il problema sono
le cellule midollari ossia quelle che producono i globuli rossi, i globuli
bianchi e le piastrine. I pazienti con MDS hanno poche piastrine, pochi
globuli bianchi, pochi globuli rossi ma, soprattutto, hanno un midollo
che non riesce ad arrivare alla produzione ottimale. Per comprendere,
pertanto, il problema occorre fare un aspirato midollare, studiare l’aspetto
dei precursori del midollo e verificare se ci sono delle alterazioni dei
cromosomi, del DNA, che possano aiutare nel capire la gravità della
patologia. Senza la citogenetica, cioè lo studio dei cromosomi
e l’esame del midollo, non si può trattare, decidere la terapia
e proporre una prognosi al paziente, quindi è essenziale che la
persona, anche se è anziana, accetti di sottoporsi ad uno studio
del midollo.
Come
si diagnostica la sindrome mielodisplastica?
Generalmente la diagnosi di sindrome mielodisplastica viene fatta perché
un paziente anziano presenta un’anemia non altrimenti spiegabile,
non carenziale, spesso accompagnata da altre citopenie come piastrinopenia
o neutropenia. Il paziente viene riferito ad un ematologo e la diagnosi
reale viene fatta solo con un aspirato midollare. Con l’aspirato
e la biopsia midollare si vede se il midollo è ricco malgrado la
periferia sia povera. Nonostante le citopenie, abbiamo molti progenitori
che hanno displasie morfologiche, cioè non hanno una normale morfologia
maturativa degli elementi emopoietici; identificando queste cellule displastiche
possiamo parlare di mielodisplasia ma è essenziale avere, insieme,
la risposta citogenetica. L’analisi citogenetica può, in
più della metà dei casi, mettere in evidenza delle anomalie
che ci permettono di capire come queste patologie siano patologie clonali,
quindi siano patologie neoplastiche.
Allora
è difficile questa diagnosi?
La diagnosi di mielodisplasia è particolarmente impegnativa, richiede
un’abilità notevole da parte del morfologo e soprattutto
che il medico che per primo osserva il paziente con la suddetta sintomatologia,
pensi che si possa trattare di mielodisplasia e che si muova in questo
senso inviando il paziente all’ematologo o comunque escludendo altre
cause di anemia.
Ci
sono diversi tipi di mielodisplasie?
Le mielodisplasie sono molto eterogenee, ci sono stati numerosi tentativi
di classificazione perché esse hanno prognosi e natura molto variabili.
Nell’80% dei casi prevale l’anemia; ci sono, però,
pazienti in cui prevale la piastrinopenia o la neutropenia isolata. Buona
parte dei malatii può avere tutte e tre le citopenie presenti.
Le mielodisplasie si diversificano non solo per tali caratteristiche.
Alcune mielodisplasie hanno una progressione molto rapida verso la leucemia
mieloide acuta e quindi un’attesa di vita limitata a pochi mesi.
Altre mielodisplasie, come le displasie eritroidi pure, hanno un’attesa
di vita molto più lunga, sulla decina di anni, ed è quindi
importantissimo fin dall’inizio fare una diversa classificazione
prognostica. Per questo motivo esiste un sistema, l’IPSS, ossia
un punteggio prognostico che permette, con i parametri delle citopenie,
dei blasti midollari e del cariotipo (quindi della citogenetica), di fare
una buona valutazione prognostica. Tale punteggio classifica il paziente
come a basso rischio oppure ad alto rischio.
Che
vuol dire alto rischio?
Alto rischio significa che il paziente ha un’alta probabilità
di sviluppare una leucosi.
Parliamo
delle altre sindromi, per esempio della AML e della CMML.
Le mielodisplasie sono un gruppo eterogeneo. Le mielodisplasie ad alto
rischio spesso si trasformano in leucemia mieloide acuta ma una recente
riclassificazione, quindi una rianalisi di tutte le mielodisplasie, ha
portato a considerare le mielodisplasie con un alto numero di blasti -
cioè quelle che avevano più del 20 per cento di cellule
immature nel midollo - quali leucemie acute e come tali a trattarle in
maniera più aggressiva. Questa nuova classificazione dell’OMS
ha, in un certo senso, fatto promuovere alcune mielodisplasie direttamente
a leucemie. Fino ad ora si era abituati a considerare la leucemia mielomonocitica
cronica come una mielodisplasia ma questa è una vecchia classificazione
che teneva poco conto della clinica di tale patologia. E’una malattia
un po’ diversa dalle altre: c’è una spinta ad avere
tanti globuli bianchi, soprattutto tanti monociti. Ci sono alcune caratteristiche
cliniche, come l’aumento delle dimensioni della milza, che non sono
così comuni nelle altre mielodisplasie e di conseguenza questa
malattia, che assomiglia di più alle leucemie croniche, è
stata trasferita in un altro gruppo di patologie: le sindromi mieloproliferative
e mielodisplastiche. Nonostante ciò, chi si occupa di MDS continua
a vedere pazienti con leucemia acuta secondaria a mielodisplasia e con
leucemia mielomonocitica cronica e continua a trattarli.
Cos’
è l’epigenetica?
L’epigenetica in generale studia le modificazioni epigenetiche cioè
quelle modificazioni dell’assetto dell’organizzazione della
cromatina e quindi, in ultima analisi, della lettura del DNA e della lettura
dei geni. Esse sono generalmente delle modificazioni reversibili, importantissime
nella nostra vita per lo sviluppo embrionale, per la maturazione cellulare,
addirittura per il silenziamento del cromosoma X delle donne. Purtroppo,
hanno un’ importanza nello sviluppo delle neoplasiee e nell’invecchiamento.
Si tratta di diverse alterazioni, la più importante è la
metilazione del DNA.
C’è
una relazione tra epigenetica e sindromi mielodisplastiche?
Sì, perché nelle sindromi mielodisplastiche queste alterazioni,
che non sono solo la metilazione, sono molto frequenti; sono tanto più
frequenti quanto più la mielodisplasia è grave e progredisce
verso la leucemia. Le mielodisplasie sono una patologia ideale per essere
trattata con i farmaci cosiddetti epigenetici.
Che
cosa è la metilazione del DNA?
La metilazione del DNA è un semplice fenomeno chimico che consiste
nell’aggiungere un gruppo CH3, cioè un gruppo metile, in
certe parti del DNA. Questo gruppo metile impedisce di leggere il gene
a valle nel DNA di questa modificazione. Per essere più semplici
dobbiamo immaginare il DNA avvolto intorno a delle proteine come il filo
intorno al rocchetto. Se questo filo è avvolto molto strettamente
è chiaro che noi non possiamo vedere e leggere il DNA e questo
avviene quando le proteine vicine al rocchetto sono metilate. Quando,
invece, si ha una perdita della metilazione, come avviene quando trattiamo
con farmaci ipometilanti, allora il filo si svolge dal rocchetto e può
essere letto dai fattori di trascrizione e i geni che erano repressi vengono
di nuovo espressi. Nei tumori molto spesso il problema della progressione,
il problema della proliferazione, è dovuto al silenziamento di
alcuni geni molto importanti per la maturazione cellulare. E questo avviene
anche nelle mielodisplasie.
Perché
non si possono curare con delle trasfusioni di sangue?
Le trasfusioni di sangue servono soltanto per migliorare temporaneamente
la sintomatologia del paziente. Non sono una cura, sono soltanto un trattamento
che permette di alleviare la sintomatologia ma non di migliorare la crescita
del midollo. Anzi, a lungo andare la frequenza e il numero di trasfusioni
influiscono negativamente sulla sopravvivenza dei pazienti. E’ chiaro,
quindi, che nel momento del bisogno e nell’emergenza le trasfusioni
sono molto importanti, salvano momentaneamente la vita, ma non curano
la malattia.
A cura
della prof.ssa Valeria Santini – ematologa
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