Il termine amiloidosi è utilizzato per descrivere un
gruppo di patologie eterogenee, tutte caratterizzate dalla presenza di materiale
proteico depositato intorno alle cellule dei tessuti. Tale materiale si
chiama amiloide. La struttura di base di questo materiale proteico è
uguale nelle diverse forme ed è organizzato a formare una struttura
a forma di elica che lega un colorante specifico, detto Rosso Congo, che
ne permette il riconoscimento.
Le diverse forme vengono classificate in base alla natura
della proteina che costituisce la parte principale della fibrilla amiloide:
fino ad oggi sono state descritte 19 forme di amiloide.
L’amiloidosi AA è costituita da proteina A, è una
forma reattiva e coinvolge fegato, rene, milza e intestino, n corso di
patologie infiammatorie croniche (connettiviti, morbo di Chron, tubercolosi,
etc) o tumori, che stimolano la produzione epatica di amiloide serica
A, una apolipoproteina. La forma eredofamiliare è a interessamento
prevalente del sistema nervoso centrale, ad eredità autosomica
dominante; i pazienti sviluppano una neuropatia simmetrica di tipo motorio
agli arti inferiori associata a disturbi del sistema neurovegetativo.
L’amiloidosi localizzata colpisce il tratto respiratorio, genitale
e cutaneo e generalmente è di riscontro occasionale.
Quella di cui tratteremo noi è l’amiloidosi AL (o forma idiopatica
primitiva).
Che cosa è?
La proteina in questo caso è rappresentata dalle catene leggere
delle immunoglobuline che vengono prodotte in eccesso da un clone di plasmacellule
anomale (cellule linfoidi giunte a maturazione in grado di sintetizzare
immunoglobuline). E’ la forma più comune e si riscontra,
come forma di accompagnamento, nel 15% dei pazienti affetti da mieloma.
In questa malattia il quadro può essere estremamente variabile
perchè ogni organo può essere coinvolto. Generalmente il
malato si reca dal proprio curante, o perchè lamenta astenia e
perdita di peso, o per la presenza di segni emorragici, legati al deposito
di amiloide sulle pareti vasali, con insorgenza di porpora cutanea.
Può essere coinvolto il rene con possibilità di gravi sindromi
nefrosiche e perdita di proteine nelle urine (proteinuria).
La sindrome del tunnel carpale può essere il sintomo di esordio
di alcuni pazienti; l’apparato cardiovascolare può essere
danneggiato per l’infiltrazione da parte del materiale amiloide,
determinando quadri di cardiomiopatia restrittiva con gravi aritmie funzionali.
Il sistema nervoso periferico può essere interessato sin dall’esordio,
causando sincopi, parestesie, vertigini o quadri di neuropatia periferica
con gravi difficoltà deambulatorie.
L’ingrandimento della lingua (macroglossia) si riscontra meno frequentemente
e può essere causa di disfagia (difficoltà alla deglutizione).
Fegato e milza possono essere interessati, ma meno frequentemente, con
un ingrandimento.
Il sistema gastrointestinale può essere coinvolto ed i sintomi
sono diarrea e malassorbimento.
Come si effettua la diagnosi?
Nel sospetto di una amiloidosi generalmente un prelievo bioptico di un
organo infiltrato o il prelievo del grasso periombelicale possono dimostrare
il deposito di amiloide. Tale grasso, dopo essere stato strisciato su
dei vetrini, viene colorato con la colorazione del Rosso Congo ed osservato
al microscopio a luce polarizzata: se la ricerca è positiva per
amiloide viene emessa da parte del materiale colorato, una caratteristica
birifrangenza color verde mela. E’ importante essere sicuri che
la forma di amiloide sia la AL, eseguendo anche uno screening che include
una immunofissazione su siero e sulle urine.
Numerose indagini strumentali sono necessarie per la valutazione della
funzionalità dei diversi organi, tra cui un’ecocardiogramma
per valutare la funzionalità cardiaca e l’eventuale stato
di infiltrazione miocardica. Tale valutazione andrebbe ripetuta ogni 6
mesi dalla diagnosi, perché una delle cause più frequenti
di decesso è la cardiomiopatia da amiloide. Altri segni prognostici
utilizzati attualmente sono la misurazione degli enzimi cardiaci (troponina
T) e del peptide natriuretico, prodotto in caso di dilatazione atriale.
Anche se di minor impatto, anche la valutazione della B-microglobulina
viene utilizzata.
Come si tratta?
La terapia specifica per la forma di amiloidosi AL ha lo scopo di sopprimere
il clone di plasmacellule e cellule linfoidi B che producono la proteina
anomala.
L’uso di un chemioterapico (melphalan) attivo nelle patologie linfoidi,
associato a cortisone a dosaggi medio-alti, sembra dare delle buone risposte:
con questa terapia considerata convenzionale, si ottengono risposte dell’ordine
del 30-40% con tempi di risposta medi di 7 mesi e allungamenti di sopravvivenza
nei rispondenti. Nei pazienti più giovani, con buona funzionalità
cardiaca, sono in uso protocolli con melphalan ad alto dosaggio seguito
dalla reinfusione di cellule staminali (autotrapianto): tali terapie determinano
una remissione della malattia nel 65% dei pazienti. Sono stati proposti
dei criteri di stratificazione dei pazienti con amiloide per ottimizzare
il dosaggio di melphalan da utilizzare, vista la alta tossicità
pre-trapianto: i pazienti a basso rischio (con coinvolgimento di 1 o 2
organi, ma senza interessamento cardiaco e con buona funzionalità
renale) possono essere trattati anche con dosaggi di 200 mg/mq se sotto
ai 60 anni; a rischio intermedio (coinvolgimento renale e cardiaco, ma
asintomatico, con età inferiore ai 71 anni) con dosaggi non superiori
a 140 mg/mq e a rischio alto (coinvolgimento di 3 organi e compromissione
cardiaca) in cui si utilizzano le dosi standard e non le alte. Questa
stratificazione è stata suggerita anche perché dosaggi superiori
ai 200 mg/mq riducevano la capacità di mobilizzare e raccogliere
le cellule staminali per una successiva procedura trapiantologica.
Nei pazienti affetti da sindrome nefrosica, si utilizza un cortisonico
(desametasone) a dosaggio elevato che può dare una risposta riducendo
addirittura fino a scomparsa le proteine nelle urine.
La talidomide viene poco tollerata dai pazienti affetti da amiloidosi
AL; tale farmaco è stato usato anche a basso dosaggio insieme al
desametazone o altri farmaci alchilanti, ma ottenendo solo risposte parziali,
mai complete.
Sono in sperimentazione alcuni farmaci, la lenalidomide e il bortezomib.
In uso per la forma AL è anche la jododoxorubicina, chemioterapico
che lega l’amiloide come il colorante Rosso Congo permettendone
il riassorbimento.
Per la forma AA sono utilizzati anticorpi monoclonali che riducono l’infiammazione
e la conseguente produzione di citochine (anti- CD20 e anti TNF). Nel
caso della forma eredofamiliare la terapia è sintomatica e può
richiedere anche il trapianto dell’organo colpito.
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