Appena due anni dopo quegli
ultimi veleni benefici ricevuti nelle vene, portavo zaini sui pendii ripidi
e franosi della "Dea Turchese", bellissima montagna dell'Himalaya
tibetano.
Uso
il passato remoto perché accadde molto tempo fa. Mi accorsi che qualcosa
non andava dentro di me a novembre del 1997, nove anni fa: vivevo una vita
della quale ultimamente, per responsabilità tutta mia, mi sentivo
prigioniero e da qualche tempo mi accadeva di svegliarmi nel cuore della
notte in preda all'ansia: un irrefrenabile bisogno di alzarmi e di r e s
p i r a r e mi faceva scattare in piedi e mi ritrovavo, mezzo addormentato,
con la finestra spalancata a tossire forte e a soffiare ripetutamente il
naso nel tentativo di liberare le mie vie respiratorie... Altri sintomi
oltre a un crescente e generico stato di malessere erano il ritmo accelerato
del battito cardiaco e la sensazione di gonfiore alla faccia e al collo
che mi provocava qualsiasi sforzo delle braccia protratto per più
di qualche istante.
Bastò una semplice lastra al torace, che evidenziava una enorme macchia
a livello del mediastino, a chiarire che c'era qualcosa di cui era il caso
di preoccuparsi e in fretta.
Ebbi fortuna e nel giro di pochissimi giorni mi trovai in quello che in
seguito scoprii essere il posto giusto: la clinica ematologica del Policlinico
Universitario Umberto I di Roma: in una parola anzi in un nome e cognome,
da Franco Mandelli.
Ci arrivai preparato: il giovane medico del laboratorio radiologico, per
sorte ematologo e già allievo del professore, a colpo d'occhio aveva
riconosciuto di che tipo di bestiaccia con molta probabilità si trattava.
Mi chiamò da lui e me lo disse, con un garbo di cui non finirò
mai di essergli grato.
La mia reazione fu lo stupore, e più che il panico la voglia di "esserci",
di sapere, di partecipare e non, viceversa, di subire. La prima cosa che
feci fu andare in libreria, acquistare un dizionario medico divulgativo
e cercare di capire che cosa stava accadendo dentro il mio corpo. La cosa
più difficile e dolorosa fu alzare il telefono e dirlo alla mia mamma,
a seicento chilometri da me. "Ho un linfoma".
Ne parlai invece con relativa tranquillità alla mia compagna, e ai
miei amici: la loro vicinanza mi fu preziosa, vitale. Le reazioni furono
molto diverse, qualcuno sparì, qualcun altro me lo ritrovavo fin
troppo spesso a casa e mi toccava intrattenerlo anche quando magari non
mi sentivo bene e avevo voglia di andare a letto.
Gli raccontavo, ai miei amici (anche a quelli lontani, per e-mail), che
alla mia morte in sé io ci potevo pensare con serenità: ché
dalla vita avevo avuto tanto, ero un uomo fortunato, poteva anche bastare.
Mi preoccupava non conoscere il tempo che mi sarebbe rimasto (volevo assolutamente
rivedere S., dall'altro lato del mondo), e l'idea di una fine lenta e dolorosa,
disperata. Mi faceva male il solo sfiorare col pensiero il dolore della
mia mamma, del mio papà, dei miei tutti; ma ciò che proprio
mi risultava impensabile e mi provocava un'angoscia incontrollabile era
l'idea di lasciare i miei cuccioli amati. Avevo trentacinque anni, una figlia
di quattro e un bimbo di appena un anno. G. avrebbe avuto di me un'idea
vaga e molto influenzata dai racconti altrui, dai video di quando era piccola,
dalle fotografie. N. non si sarebbe neppure ricordato, di me. Ma, soprattutto,
sarebbero cresciuti mutilati del loro papà e non era proprio giusto,
no, non era accettabile che io me ne andassi, morendo, da loro.
Accadde una notte, guardavo il mio bimbo dormire come un angioletto nel
suo respiro piccolo, beato, inconsapevole, essere indifeso con tutto della
vita ancora da scoprire, da imparare, da capire. Lo promisi a lui, glielo
giurai solennemente, che avrei fatto tutto il possibile per guarire, per
restare (almeno qualche anno, mi dicevo) accanto a lui e alla sua sorellina.
E così fu.
Ricordo che mi guardavo allo specchio, anzi fra due specchi contrapposti
per vedermi anche da dietro, e che mi facevo davvero impressione tutto pelato,
glabro com'ero, con la faccia gonfia come una luna piena e la pelle che
tendeva al grigiastro. Per la chemio avevo perso anche le sopracciglia,
verso la fine persino le ciglia, e mi sembrava di avere lo sguardo di un
pollo! Ma quella visione non mi mortificava, anzi, il mio atteggiamento
era di pensare be', è una cosa preziosa quella che mi sta accadendo
(e non accade mica a tutti) quella di vedersi, almeno una volta nella vita,
come un pollo: aiuta, come dire, a collocare sé stessi nell'universo,
allena all'atteggiamento di pensare come, sempre, tutto sia relativo, mutabile,
sorprendente, oltre le apparenze.
I mesi delle cure passarono così: un po' duri, a momenti - non fu
certo una passeggiata - ma la mia reazione fu sempre di speranza e di meraviglia,
più che di paura o mortificazione: stavo facendo una cosa davvero
importante e nient'affatto banale, salvare me stesso: un gioco difficile,
paradossalmente intrigante, comunque interessantissimo. Strinsi amicizie,
in quel periodo, coi medici e con alcuni miei sventurati colleghi (non ho
mai avuto il coraggio di chiedere, in seguito, di loro...). Mi prendevano
in giro perché arrivavo alla chemioterapia in motocicletta, come
fosse una cosa normale. Non fosse stato per la testa pelata e la faccia
gonfia e grigiastra, non sembravo proprio un malato di cancro!
Voglio ricordare, per concludere, un episodio. Ero alla fine delle terapie
e credetemi non ne potevo più, di roba nelle vene, ma stringevo i
denti, mancava poco, e avanti! Avevo un po' di nausea e mi veniva da piangere
quel giorno, senza motivo, in sala terapie; avrei tanto desiderato un tè
ma ero attaccato alla flebo e non avevo con me i soldi, allora chiesi aiuto
al volontario di turno il quale con un sorriso scattò in piedi e
un minuto più tardi arrivò con un bicchiere fumante, per me:
un meraviglioso tè caldo e ben zuccherato, mi fece bene. E' una storia
minima, eppure oggi piango nel ricordare quel piccolo regalo...
Mi auguro che quella persona di cui non conosco il nome legga queste righe,
che sappia quanto prezioso fu quel tè, quanto preziosi sono tutti
i tè e i sorrisi che lui e gli altri volontari regalano tutti i giorni
ai pazienti che vivono un momento di difficoltà.
Appena due anni dopo quel tè e quegli ultimi veleni benefici ricevuti
nelle vene, con gioia e fatica ugualmente immense, assieme ai miei amici
portavo zaini sui pendii ripidi e franosi della "Dea Turchese",
una gigantesca, bellissima montagna dell'Himalaya tibetano la cui sommità
candida sfiora il cielo.
Oggi i miei figli sono grandi, sani, belli, felici, ed è una meraviglia,
un regalo ogni giorno, vederli crescere e trasformare. Anche la mia vita
si è trasformata (ne aveva bisogno), migrata dalla città alla
campagna, dalla pubblicità al mare e alle barche a vela. Oggi posso
affermare di essere felice, del cammino sul quale mi trovo, dell'uomo che
sono: incluse le cicatrici che porterò per sempre sul corpo e dentro
l'anima.