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Il Trapianto Allogenico
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Il trapianto di midollo osseo allogenico nel corso degli anni si è affermato quale valido trattamento terapeutico per alcune gravi malattie ematologiche congenite e neoplastiche, un tempo ritenute incurabili.
Analizzando le varie casistiche descritte in letteratura relative al TMO allogenico da donatore familiare HLA-identico, nelle leucemie mieloidi acute (LAM) si registra una sopravvivenza a cinque anni del 70% circa nei pazienti trapiantati in prima remissione completa, mentre i risultati sono molto meno brillanti nei pazienti in fase più avanzata di malattia al momento del trapianto.
Nelle leucemie linfoidi acute i risultati si avvicinano a quelli ottenuti nelle LAM in fase precoce di malattia con una sopravvivenza a cinque anni tra il 50 e il 60%, mentre rimangono deludenti nei pazienti in recidiva.
Per quanto riguarda la leucemia mieloide cronica, il TMO allogenico viene oggi impiegato in pazienti selezionati che risultano resistenti o che perdono la risposta al trattamento con i cosiddetti farmaci “intelligenti” di nuova generazione. La fase della malattia al momento del trapianto è di cruciale importanza, essendo la sopravvivenza nei pazienti in fase cronica del 60-80% a seconda della età al momento del trapianto, e solo del 25-30% in quelli in fase avanzata.
Brillanti risultati sono stati raggiunti nel trattamento delle patologie ematologiche non neoplastiche, quali l’aplasia midollare e la talassemia, in cui si raggiunge una sopravvivenza a 5 anni rispettivamente del 70 e 90% circa.
Il TMO allogenico da donatore non familiare o non HLA-identico presenta una maggiore percentuale di mortalità dovuta al più alto rischio di GVHD e infezioni, conseguenti ad un condizionamento più intensivo.
Complessivamente la mortalità associata alla procedura trapiantologica è del 20-30% circa: tenendo presente che l’obiettivo che il TMO allogenico si pone è la guarigione da malattie mortali, è altresì vero che anche di trapianto si può morire.