Avevo 19 anni appena compiuti, quando nell’ormai lontano Gennaio 2004, cominciai ad avvertire che qualcosa non andava nel mio tran tran quotidiano. Da poco iscritto all’università, durante le lezioni non riuscivo a tenere il passo con i miei colleghi, <va bè – mi ripetevo – studiare ingegneria non è mai stato facile per nessuno> e continuavo a tralasciare quei segni che avrebbero, invece, dovuto allarmarmi. Fino a non avere più la forza di alzarmi dal letto… La prima diagnosi la fece mia madre, medico, che, preoccupata per quelle continue e abbondanti sudorazioni notturne, dalla febbriciattola che non passava mai e, soprattutto, da un grosso ponfo cresciuto sotto la mandibola decise di sottopormi a una sfilza interminabile di esami. Qualche giorno dopo, per San Valentino, con i risultati appena ritirati, la corsa all’Ospedale Cervello, reparto di Ematologia, dove la dottoressa Patti, quasi rassicurandomi, mi comunica che, molto probabilmente, ho una malattia che si chiama Linfoma, un tumore del sangue che però, nel peggiore dei casi, è curabile. Queste parole, insieme alla forza dei miei amici, mi hanno sempre accompagnato nei 6 mesi di durissima terapia che sono seguiti; nei ricoveri, nelle notti insonni per la febbre alta, nell’Agosto passato in “vacanza” all’unità trapianti di midollo osseo, fino all’ultima dose di radioterapia. In questo percorso ho incontrato persone meravigliose, che si sono sempre prese cura di me e degli altri pazienti con grande professionalità e, ancora più importante, con grande umanità. Medici, infermieri, il personale ausiliario, insieme come una grande èquipe per aiutarti a sconfiggere il male, sempre disponibili a ogni chiarimento, pronti a intervenire e, spesso, pronti a consolare nei momenti di sconforto, quando sembra difficile il ritorno alla vita. A loro fianco c’è la grande famiglia dell’A.I.L., un gruppo di volontari che opera negli spazi del reparto di Ematologia per alleviare le sofferenze (soprattutto psicologiche) dei pazienti in cura. E’ incredibile come possa cambiare l’esperienza ospedaliera con un succo di frutta fresco dopo una chemio, una caramella per togliere il saporaccio dei medicinali, una“tregua” dai pensieri tristi grazie alla compagnia di qualcuno che viene a trovarti fuori dagli orari di visita. L’A.I.L. di Palermo per me è stato questo e tanto altro e ho potuto “ringraziare” l’associazione entrandone a far parte fin subito dopo la fine delle terapie per portare la mia esperienza agli altri malati e dimostrare che la malattia si può sconfiggere. Oggi, dopo più di cinque anni dalla guarigione e dopo molte campagne di vendita, tra stelle di Natale e uova di Pasqua, ho realizzato alcuni dei miei sogni e spero di realizzarne ancora tanti altri. Grazie A.I.L.!!
Mario |