Ero in una grossa industria elettronica ed andando in pensione sono stato convinto da mia sorella ad entrare nel volontariato. All’inizio ritenevo di non aver fatto una cosa giusta. Noi maschietti cerchiamo di restare lontani dal dolore. Ora, dopo 10 anni di attività, penso di non poterne fare più a meno. Inizialmente ho trovato una grande diversità di mentalità e di organizzazione. Nell’industria tutto era e doveva essere programmabile. Tutto doveva essere definito. Nell’ambiente medico occorre ricercare il problema, trovare e provare la terapia che può essere più efficace. Infatti i parametri da considerare sono moltissimi e variano per ogni paziente e per ogni stadio della malattia. Inizialmente, non riuscivo a capire cosa succedeva intorno a me. Poi ho cercato di capire cosa provano i nostri pazienti e mi si è chiarito il panorama che mi circondava. Il momento più tremendo per il paziente è quando scopre di avere un importante problema. Le reazioni sono le più disparate. Se la prende con tutti, vorrebbe distruggere il mondo, si chiude in se stesso, rifiuta ogni contatto. Dopo qualche mese, nella maggior parte dei casi, si trasforma, scoprendo dentro di sé, una serenità, una forza d’animo, una chiarezza di vedute che lo faranno lottare ed impegnare per superare il suo problema. Poiché parliamo di donne e uomini normali, ciò mi fa pensare che anche io, possa avere allo stato potenziale, tale forza d’animo ed usufruirne, se ne dovessi aver bisogno.
I pazienti che segui danno molto più a te, rispetto a quello che tu dai a loro. Basta saper ascoltare, capire cosa a loro occorre (normalmente poco) e porgerglielo con discrezione. Qualche anno fa veniva a fare la chemioterapia, un anziano palombaro di Civitavecchia. Si era creato un rapporto di simpatia reciproca. Aveva bisogno di sentirsi apprezzato e stimato, del resto come noi tutti. Ogni volta che veniva, mi raccontava che in un porto USA, era riuscito a far recuperare una nave affondata ed in quale maniera. Logicamente, tutte le volte lo seguivo con interesse, facendogli molte domande. Avevo cura che ogni volta fossero diverse.
Seguo i pazienti in sala terapia. Una parte dell’attività è amministrativa mentre l’altra parte consiste nell’offrire tutte quelle piccole attenzioni che non li fanno sentire soli. Dalla sistemazione degli schienali dei lettini, al collegamento con i parenti, ai piccoli acquisti (caffè, caramelle ecc.), alla loro compagnia, specie quando le terapie sono lunghe.
Inoltre seguo per la parte organizzativa e amministrativa, la ricerca di midollo osseo o di cordone ombelicale compatibile, per i pazienti che hanno bisogno di trapianto. Ciò è per me estremamente importante.
Mi porta a contatto con i pazienti, le loro famiglie, i medici curanti, i medici dei trapianti, infermieri e medici della biologia molecolare. Conosci e vivi le vicissitudini di queste persone che diventano quasi degli amici importanti. Gioisci con loro, quando le terapie risolvono il problema o quando arrivano le guarigioni.
A volte però non va così.
Avevo seguito una ragazza di 19 anni, salernitana. Aveva subito il trapianto di midollo osseo. Nonostante il ricovero aveva studiato ed ottenuto la maturità. I professori l’avevano esaminata in ospedale. Avevano festeggiato lì il diploma. Era fine luglio e la malattia sembrava debellata. Sono partito per le ferie ed a fine agosto, al ritorno, non l’ho più trovata. Poche ore prima di morire aveva chiesto di me. Le sono mancato proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno. Ancora non me lo perdono. Tutto questo mi ha portato a considerare che le cose più importanti, per l’uomo sono “la serenità e la salute” e mi ha fatto scoprire, conseguentemente, quali sono le “vere” nostre priorità. |