Storie di volontari
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...per tutti è “zia Rosi”
Si chiama Rosi Lanari ma per tutti è “zia Rosi”. Molti inquilini della casa non sanno nemmeno il suo cognome nonostante zia Rosi sia lì da ormai dieci anni. La “casa” è la Residenza Vanessa, a Roma, in via Forlì 34, quattro passi dall'istituto di Ematologia “voluto” dal professor Mandelli.
E dal professor Mandelli comincia anche questa storia di solidarietà: “Era il 1990, mio marito era malato e in cura dal professore da circa due anni. Poi, pochi giorni prima che morisse, promisi a lui e a me stessa di dare una mano a questi malati. Ho cominciato andando a trovare uno dei compagni di stanza di mio marito, la famiglia era di fuori Roma e allora io gli preparavo da mangiare. Poi, così, senza sapere come, giorno dopo giorno, mi trovai ad essere la responsabile dei piani dell'ospedale. Poi mi chiama Mandelli e mi dice: Rosi, si occupi lei della Residenza Vanessa, se la sente? Non ci ho dormito per tre notti e poi ho detto sì.”
“Sa, in realtà io già avevo a che fare in qualche modo con la residenza. Solo che era casa mia, alla circonvallazione Clodia. Succedeva che la residenza Vanessa era piena e allora ne ospitavo qualcuno da me. Sbaraccavo il salone, mandavo i miei figli a dormire dagli amici e così potevano entrarci un bel po' di ospiti. Si mangiava tutti insieme, gente del sud Italia, gente del nord Africa, era bello, perché c'era un modo di stare insieme che non conoscevo. Io, prima che mio marito si ammalasse, vivevo in una dimensione molto diversa. Frequentavo gente diversa, le cui preoccupazioni erano il parrucchiere o il prossimo viaggio. Avevo una sartoria molto ben avviata e le mie clienti erano signore della Roma che conta. Avevo molti più soldi di oggi e facevo una vita assai più di immagine. Avrei potuto diventare anche veramente ricca se solo avessi accettato le offerte di andare a lavorare negli Stati Uniti, in Asia, in Germania. Ma oggi sono contenta che sia andata così e, mi creda, si vive bene con venti milioni al mese ma si può stare anche meglio con dieci volte di meno”.
“Io ora vivo quasi qui, qui è la mia casa, qui è la mia vita. Spesso ci dormo anche, la sera prima di partire per il mercatino di piazza Verdi dove vendiamo cose di tutti i tipi che ci aiutano a sostenere le spese della casa. All'inizio non c'era niente, mangiavamo con la cucina da campo degli alpini che ci aiutavano al pronto soccorso, si cantava e si beveva, madonna quanto bevono gli alpini! Ora ci sono 15 stanze, sono sempre tutte piene. Qui ho conosciuto persone che mi sono più care di tanti parenti, guardi queste lettere, guardi questi disegni, guardi queste foto. E' come se quel giorno di dieci anni fa la mia vita fosse ricominciata. Ecco, io vorrei ringraziare il professor Mandelli di avermi dato la possibilità di dare tanto amore ma di riceverne molto, molto di più in cambio”
Nel seminterrato Sante sta preparando la pasta fatta in casa: “Si ferma a pranzo con noi? Ci sono i tagliolini con asparagi e vongole, guardi che sono gli asparagi selvatici, raccolti da me”.
L'impressione è quella di un laboratorio di solidarietà dove non ci si ferma mai. Pensi che chissà quali mezzi servono per far funzionare una casa dove c'è l'ospite di Anagni e quello di Beirut, il bambino malato di Kabul e quello di Baghdad, la signora di Brindisi e il ragazzo del Kosovo. E invece il motore di tutto è lei, “zia Rosi”, 68 anni all'anagrafe e 10 anni dalla nuova rinascita. Dice: “Di tutti i vecchi valori non me ne frega nulla. Ho perduto, chissà dove gioielli molto importanti e non me ne è fregato nulla. Nell'altra vita ne avrei fatto un dramma, ora ci sorrido e penso ai problemi di Paolo, al dolore di Mohammed, ad Annarella che se n'è andata, a quelli che ce l'hanno fatta e ogni anno vengono a trovarmi e mi dicono: anche grazie a te, zia Rosi, io sono vivo. Altro che gioielli persi! questa è la mia felicità, questi sono i miei diamanti, i miei zaffiri, i miei ori”.
“Ho due figli, ormai grandi, e mi dicono: ma chi te lo fa fare, stai un po' di più con noi. Ma io non ce la faccio e non cambierei mai questa parte di vita con niente altro. Quando ero in sartoria mi ricordo che certe signore facevano un dramma se la manica cadeva un po' troppo giù. Ora incontro madri che stanno perdendo i loro figli eppure sono sempre pronte ad aiutare tutti gli altri, portano il sorriso, portano l'energia. Qui si vive con il dolore: Andrea, ci giocavo a carte la sera alle nove e quattro ore dopo non c'era più. Ma il dolore ci dà forza e la forza ci dà gioia. Vede loro? Sono musulmani e stanno facendo il Ramadam. Va bene, mangiamo insieme e poi loro proseguono, in armonia. Certo, ci sono differenze, difficoltà anche, ma tutti fanno uno sforzo per riuscire a stare insieme, a rispettarsi, ciascuno con la sua cultura”.

Zia Rosi, 68 anni, volontaria dell'AIL.

A cura di Fabrizio Paladini, Giornalista
 

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