Intervista rilasciata per il n°2 - anno1 di Destinazione Domani
BARI - Maria Antonietta Specchia c’era quando, nel ’90, è nata l’AIL di Bari. C’era e ancora dà il suo enorme contributo come fosse la prima volta. In tutti questi anni si è occupata di coordinare i collaboratori dell’AIL sul territorio pugliese; ha unito centinaia di persone per un unico scopo: sostenere la Ricerca. Maria Antonietta, insieme a uno splendido coro di volontarie, ha reso l’AIL di Bari una delle sedi più efficienti con il Laboratorio di ricerca, la Casa AIL, un reparto di ematologia tutto ristrutturato. Come si è avvicinata all’AIL?
Frequentavo l’università, ero iscritta a biologia quando conobbi una signora affetta da leucemia acuta mieloide.
Era il 1974 e lei era pronta per effettuare il trapianto, però, a quel tempo non c’erano unità sterili al Sud, così che dovette mettersi in lista d’attesa al Centro di Genova. Proprio durante quel periodo ebbe una ricaduta che, purtroppo, fu fatale. Questo mi colpì molto: la mancanza di strutture al Sud.
Cominciai a collaborare con l’EMO (pazienti EMato-Oncologici), un’associazione fondata dal marito della signora dove raccoglievamo fondi da destinare alle famiglie disagiate. Nel 1989 ci contattò il dottor Vincenzo Liso per la prima manifestazionedelle Stelle di Natale e nel 1990 nacque la Sede dell’AIL di Bari. Una vera e propria emozione, non trova?
Sì! Devo riconoscere che l’AIL Nazionale ci ha aiutati molto e molto abbiamo appresoda loro. Durante questi anni abbiamo fatto molte cose ma senza un coordinamento precisonon credo che saremmo divenuti ciò che siamo ora. A proposito di coordinamento, lei che ruolo svolge?
Beh, io mi occupo di coordinare tutti i “collaboratori” esterni dell’AIL, ovvero tuttequelle città che, nonostante non posseggano un centro di ematologia, ci aiutano e dannoun apporto incredibile per la riuscita delle manifestazioni. Già durante le prime esperienze andavamo nei paesi limitrofi a cercare chi ci sostenesse e ora contiamo ben 25 cittadine concirca 30 persone per paese pronte a darci il loro sostegno specialmente durante le manifestazioninazionali.
Quindi possiamo dire che è merito suo se Bari supporta molto la Ricerca?
No! Io sono solo un anello di una catena molto lunga di chi dedica il suo tempo all’AIL. La solidarietà è data dalla forza di tutti ed è grazie all’aiuto di moltissime persone che ora possiamo contare molte strutture utili per rendere le leucemie un male guaribile.
Ovvero?
Nel 2002 abbiamo aperto una Casa AIL, è un appartamento che abbiamo suddiviso inmodo che potesse ospitare due-tre famiglie. Ha 8 posti letto ed è a 50 metri dal Policlinico. Poi abbiamo ristrutturato tutto il reparto di ematologia, più nuovo e funzionale. Ospitiamo i pazienti dell’Albania e del Kosovo e possediamo un laboratorio di ricerca all’avanguardia; ricevere i campioni da altri centri di ematologia è motivo di grande orgoglio e soddisfazione per un lavoro chedura da anni e che non sempre è stato facile svolgere. Lei è una volontaria, qual è lo spirito che deve avere una persona che decide di dare il proprio aiuto?
Noi abbiamo anche una psichiatra che effettua dei colloqui con gli “aspiranti” volontari.Vogliamo essere sicuri che arrivi laddove i medici non vanno, puntiamo a una “guarigionepsicologica” che non sempre è facile da attuare e, purtroppo, c’è chi antepone la gratificazione personale all’aiuto effettivo sul paziente.
Il momento più brutto? Ogni qual volta muore un paziente al quale hai dedicato il tuo aiuto. Credo sia inevitabileaffezionarsi a chi ha bisogno del tuo sostegno.
E quello più bello?
Al contrario chi guarisce e torna a trovarci, magari nel frattempo si è laureato, sposato,ha avuto dei figli. Ecco, è una gioia incredibile sapere che hai contribuito a fare del bene.