Intervista rilasciata per
il n° 1 - anno 3 di Destinazione Domani
Paola
Gentilucci, 60 anni, è una delle prime volontarie che l’Istituto
di Ematologia di Roma in via Benevento abbia avuto. Dice che aiutare il
prossimo è l’unica cosa possibile da fare per poter “saldare”
il conto con gli altri volontari che in passato l’aiutarono a superare
la malattia.
Come nasce Paola volontaria? «Prima di tutto bisogna dire che nel 1986 sono stata affetta da un
linfoma di Hodgkin e per due anni sono stata affidata alle cure del professor
Franco Mandelli.
Mi ricordo che durante la mia permanenza all’ospedale Mandelli mi
diceva che gli sarebbe piaciuto che io diventassi una volontaria.
Così, dopo la guarigione, decisi di accorparmi con chi fino al giorno
prima mi aveva aiutato ad uscire dalla malattia».
Quando entrò a far parte del corpo dei volontari? «Ormai sono quasi 19 anni che mi occupo dei pazienti, e devo dire
che è una cosa che mi riempie di gioia. Quando ero ricoverata al
San Camillo mi sembrava di essere in un posto fuori dalla realtà,
successivamente approdata in ematologia ho conosciuto le volontarie, le
prime volontarie, tutte donne che mi hanno praticamente salvato. Mi sembrava
di essere in un sogno. Forse è per questo che ora sono qui».
Qual è il suo “lavoro”? «Io sono in “accettazione prima visita”, ossia. Qual è
il suo “lavoro”? «Io sono in “accettazione prima
visita”, ossia quando una persona arriva all’ematologia per
la sua prima volta io sono lì. Il primo contatto con i medici è
molto delicato. Molto spesso le persone non vengono con uno stato d’animo
“lucido”, la preoccupazione li avvolge e noi dobbiamo essere
lì, pronte a qualunque cosa».
Cioè è lei che informa il paziente su quello che dovrà
affrontare... «In un certo senso. Anche se per quello ci sono i medici che sono
bravissimi. Spesso arrivano pazienti con i propri familiari che vogliono
capire cosa stia succedendo, e la maggior parte delle volte sono loro i
più preoccupati. Io in particolare sono lì ad aiutarli in
un momento di confusione che li porta a non capire bene cosa stia succedendo».
Ci si può improvvisare volontari? «Io mi sono avvicinata con grande cautela e molta umiltà al
mondo del volontariato e cerco di mantenerla anche ora che ho un po’
più d’esperienza. Bisogna imparare a non chiedere, non bisogna
far trasparire la curiosità, le domande devono essere sempre ben
ponderate e mai troppo personali. Non si sa mai chi hai davanti, a volte
un sorriso dice molto più di mille parole e spesso fa bene più
di un trattamento medico. Così credo che no, non ci si può
improvvisare volontari dall’oggi al domani».
Secondo lei il messaggio arriva ai giovani? «Io vedo che la volontà c’è, ma non è abbastanza.
Vengono, accudiscono il paziente ma o lo studio o il lavoro li porta via
dall’ospedale. La signora che si occupava di me, quando ero malata,
mi ha trasmesso davvero l’essenza dell’essere volontaria. Lei
per me è un esempio ».
Probabilmente lei sarà un esempio per molte persone. «Io cerco di fare del mio meglio, dare più di quanto ho ricevuto
perché se io sono qui ora lo devo al professor Mandelli e al suo
staff di medici e volontari. Mi sento in dovere di aiutare i pazienti e
di essere disponibile per chi ne ha bisogno».
Esempio o no la signora Paola è la dimostrazioneche persone come
lei sonopreziose per il raggiungimento di traguardi ambiziosi, lottando
con umiltà e un sorriso sincero.