Tommy, mamma e il signor Hodgkin

 rossella

 “Mi sono alzato Mi son vestito E sono uscito solo per la strada. Ho camminato a lungo senza meta. Canzoni e fumo. Ed allegria Io ti ringrazio sconosciuta compagnia. Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore Ma so che sento più caldo il mio cuor. So che sento più caldo il mio cuor -“La Compagnia”, Battisti/Mogol

Quando cresci un figlio impari a convivere con le tue piccole ansie: dormirà? Mangerà abbastanza? Imparerà a camminare da solo o si sbuccerà le ginocchia? Come andrà a scuola? Troverà l’amicizia, l’amore, la sua strada? Lo accompagni nelle sue tappe, lo tieni per mano passo a passo cercando di proteggerlo, di insegnargli cosa siano il “bene” e il “male”; festeggi i suoi successi, asciughi le sue prime lacrime, lo aspetti sveglia finché non senti la chiave girare. Piccoli gesti in esistenze normali, quasi banali. Poi un giorno, un qualsiasi giorno di un non qualsiasi anno, compare un linfonodo atipico e vieni travolta, perché una madre non si aspetta che il suo ragazzo si ammali a 19 anni di cancro, un cancro dal nome quasi simpatico: Linfoma di Hodgkin. Non si è mai pronti davanti al dolore, ma il dolore che ho provato quando, il 20/04/2020, mi hanno comunicato la diagnosi per Tommaso è stato devastante. Ho pensato di morire schiacciata da quel peso. Ma non si muore di dolore, si impara a conviverci, perché la Vita non è prevedibile né controllabile e, nonostante tutto e tutti, va avanti. Ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo ti chiedi: «Perché non è successo a me?».

 Ma non è successo a te, tu hai perso “solo” il controllo della situazione, perché il cancro non si controlla, non chiede “permesso”: la malattia arriva e ti travolge, lasciandoti muto e inerme con le ossa rotte ed il cuore a pezzi. Successivamente arriva la sensazione di impotenza: l’impotenza ti uccide, ti scava dentro, ti lascia un segno indelebile e si mescola alla rabbia devastante. La rabbia è una sensazione terribile. Ti mangia lo stomaco, ti segna il viso, te la ritrovi ovunque, mentre parli, mentre mangi, mentre cammini per non morire. Camminare mi ha salvato dall’impazzire. Ho camminato per ore e ore sotto la pioggia di aprile che si mischiava alle mie lacrime, sotto il sole tiepido di maggio, a giugno, a luglio, contando le ore delle terapie. Ho camminato sotto l’afa di agosto, quando la città era deserta ed eravamo solo io e la mia rabbia. Ho camminato per ore, mentre i giorni rotolavano verso l’autunno, mentre la rabbia si trasformava in combattività, perché una madre non può farsi abbattere.

Una madre deve ricacciare indietro le lacrime e vestirsi col sorriso della speranza, perché è quella che devi infondere. Una mamma deve supportare e sopportare, perché impari a vivere col dolore dentro che ti divora le viscere e ti strappa il cuore, ma devi andare avanti sorridendo. Non ho mai trattato Tommy da malato: lo era, ma non lo sarebbe stato per sempre. Tommaso si è ammalato durante la pandemia: al dolore della malattia si è unita la frustrazione di dover, sempre, attendere all’esterno, di esser lasciata al di fuori del SUO dolore, come un’estranea qualunque, come un pacco lasciato su uno scalino, come se tu non contassi niente e lui non fosse parte di te. La rabbia sale, ma tu cammini e attendi: non puoi e non devi lasciarti sopraffare. Devi frugare dentro di te, in quel groviglio di sensazioni che sei diventata, per trovare il bandolo della matassa... la pioggia della disperazione non può farti annegare.

E così stringi i pugni, ti dai una spolverata per gettare lontano i cocci di un’esistenza in frantumi, abbracci tuo figlio e parti per una guerra che è diventata anche tua. Con Tommaso si è ricreato un legame forte come quello che avevamo quando era piccolissimo. Avere un figlio malato oncologico ti riporta indietro nel tempo: diventi nuovamente il suo punto di riferimento, la mamma a cui chiedere e che deve infondere sicurezza, come quando si è piccoli piccoli e si deve imparare a vivere. Ricominci ad accarezzargli la testa che brucia per la febbre, entri “piano senza far rumore” per guardarlo quando si è finalmente addormentato, gli passi la crema sulle cicatrici che gli ricorderanno per sempre la guerra combattuta, gli fai le iniezioni, gli compri gli integratori, gli prepari cibo che non procuri nausea.

Ho visto mio figlio cambiare nei mesi, perdere i capelli, perdere le sopracciglia, il viso gonfio per il cortisone, il corpo scarno, segnato dalla chemio, mentre cercavo di non perderlo, guardando i suoi occhi che rimanevano pieni di speranza. Ho visto mio figlio combattere come un leone, senza un lamento, con positività, con forza. Non ho potuto prendere su di me la sua malattia, ho potuto solo accompagnarlo nella sua battaglia, giorno dopo giorno. Il momento più brutto, dopo quello della diagnosi, l’ho vissuto la mattina in cui l’ho portato a fare la prima chemio. Abitando vicino all’ospedale nel quale è in cura, abbiamo percorso la stessa strada che imboccavamo ogni giorno quando Tommy era piccolo ed andava a scuola. Passo dopo passo, mi rivedevo più giovane, con la sua manina nella mia, pieno di fiducia, di allegria, di speranza nel futuro, impaziente di riunirsi agli amici.

Ma in quel maggio profumato non c’erano gli amici, non c’era allegria, eravamo soli, camminando verso un qualcosa che ci terrorizzava e, nello stesso tempo, rappresentava la Speranza. Accompagnare Tommy durante gli infiniti mesi degli accertamenti, delle sale operatorie, della chemioterapia è stato un po’ come rivivere i mesi della gravidanza ed il giorno della remissione, stranamente, ha coinciso con il giorno del suo ventesimo compleanno: è stata una (ri)nascita a tutti gli effetti. La ripresa stessa della normalità dopo la fine delle terapie mi è sembrata una seconda infanzia, come se Tommy stesse re-imparando a vivere da zero. Piano piano ho visto rifiorire il mio ragazzo, l’ho visto riprendersi la Vita, ridere, mangiare con gusto, riacquistare la forma fisica.

La strada è lunga, l’ansia diventa una compagna di avventura, di un’avventura simile ad un irto percorso ad ostacoli e ti ritrovi a cercare di scansarne la maggior parte, in una sorta di gara contro tempo ed eventi, contro te stessa e la voglia di chinare la testa e metterti a piangere. Organizzare ti dà l’illusione di avere il controllo di una situazione come questa, che, in realtà, non hai potuto e non puoi controllare. Pur con questa consapevolezza, cerchi di trovare in ogni piccola cosa, in ogni gesto, in ogni parola, quella parvenza di normalità che sembra sfuggirti di mano, perché è la normalità, tanto bistrattata, la tua migliore amica quando il mare è in tempesta. Ma ogni dolore porta con sé grandi insegnamenti e molte opportunità. Impari a vivere in un’altra ottica, ad accettare il destino e trarre vantaggio dal suo essere avverso, soprattutto comprendi quali siano gli Amici e le persone su cui puoi, davvero, contare. Io sono stata fortunata.Ho avuto dei compagni di viaggio meravigliosi: mamme di giovani pazienti, altri guerrieri e guerriere come Tommy, mio marito, i miei amici storici, le mie colleghe, mia madre, dalla quale ho imparato a non mollare mai. Siamo stati circondati da un amore infinito e non mi basterà una vita per ripagare tutti per l’affetto che ci hanno dimostrato. Una situazione come la mia non è facile da comprendere, quindi sono contenta di aver salutato anche chi è voluto scendere da questo treno in corsa.

Si impara velocemente che ogni attimo è prezioso e che non vale la pena di perdere tempo dietro persone, cose, parole prive di senso ed importanza. Non so se ne sono uscita migliore, ma son consapevole di esserne venuta fuori profondamente diversa o, meglio, sono emerse parti di me che non credevo possibile esistessero. Adesso conosco la mia Forza e conosco quella di Tommaso. Il percorso è ancora molto lungo, ma lo percorreremo ancora insieme e con tutti coloro che ci sono stati accanto. Non esiste una ricetta magica per sopravvivere ad uno tsunami come quello che il cancro rappresenta, ma possiamo far sì che l’immobilità del dolore si trasformi nel vivere appieno le battaglie e l’esistenza. Per quanto si cerchi di pianificare tutto, la Vita rimane imprevedibile ed imprevista, ma è pur sempre un viaggio meraviglioso. Sii lucido. Cammina passo per passo. Vivi l’attimo. Sursum corda e buona Vita.

Rossella

Rossella e altri caregiver hanno raccontato la loro storia in un libro: "Ne abbiamo pieni i Linfonodi". Ordinalo per sostenere AIL.

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