Storie di caregivers

Foto le vostre storie

Ha vinto la Bestia ma ho scoperto un mondo pieno di solidarietà

Caregiver… forse survivor, per restare nella terminologia inglese, sarebbe più appropriato. Perché il “caregiver”, in qualunque modo finisca la guerra (perché di guerra si tratta), è un sopravvissuto. Certo sarebbe bello che tutte le storie, specialmente quelle dure, cruente, impietose, fossero a lieto fine; ma purtroppo non sempre è così. Io posso raccontare la nostra storia: dolce e terribile; finita tristemente.

Il 22 dicembre 2009: dopo un breve periodo di grande stanchezza, le analisi del sangue di mia moglie evidenziano un sospetto di leucemia. Di corsa al pronto soccorso del San Raffaele e, senza nemmeno fare in tempo a capire cosa stia succedendo, ci troviamo catapultati in un modo parallelo: l’UTMO che per due anni diventerà la nostra casa ed i suoi abitanti i nostri migliori amici.

Professionalità, pazienza, dolcezza, forza… inutile fare nomi, dovrei elencarne talmente tanti che ne dimenticherei sicuramente qualcuno! Ed anche altri malati e “caregivers” con alcuni dei quali si instaura un rapporto particolarissimo. Tra questi, Jan che, malato lui stesso, è stato per due anni il più forte caregiver di mia moglie: le sue ultime parole per Barbara sono state “NON MOLLARE MAI!” Abbiamo visto alcune famiglie sfasciarsi, incapaci di affrontare una lotta lunga, difficile e incerta; altre (la maggior parte) sono diventate ancora più unite. Noi ci siamo ritrovati disperatamente innamorati come ragazzini. Ma è una guerra che non fa prigionieri; e dopo due anni di chemio, trapianto autologo, trapianto allogenico, radio, alla fine la Bestia ha vinto.

E da gennaio del 2012 tento di ricostruire la mia vita aiutato a mia volta da tanti “caregivers”. Prime fra tutti le nostre due figlie che sono diventate due bellissime persone: ma lo erano già prima della guerra con la Bestia. Solo che noi eravamo troppo occupati a vivere per notarlo veramente. Ecco, questo è l’insegnamento che ho imparato in due anni: bisogna ascoltare gli altri, aiutare gli altri. Ho scoperto che il modo è pieno di solidarietà e calore umano: non è solo quello che ci fanno vedere i telegiornali. Il Presidente Mattarella ha detto che se tutti avessero dovuto vivere una esperienza come la nostra, forse il mondo sarebbe migliore. Ha ragione: cambiano le prospettive. Io, nel mio piccolo, sono diventato donatore di sangue, e tutte le volte che vado al reparto donatori, mi chiedo perché non l’avessi fatto prima: e so anche la risposta. Si chiama egoismo. Il donare sangue, nella stessa struttura dove abbiamo perso la guerra, ha contribuito a dare un senso a quel che resta. E forse un giorno andrò ad abbracciare gli amici del secondo piano. Se troverò il coraggio.

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