Storie di caregivers

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Cosa resta

Era una stanchezza strana. E tu il mio amore di sempre. Oggi, con il senno di poi, tutto quadra. Tutto. Ogni piccola sfumatura ritrova il suo senso, il suo posto. Ma allora pensavo alla stagione invernale, allo strapazzo quotidiano. Chi non è stanco oggi, dopo una giornata fuori casa? E poi il lavoro. La tua ansia. Il tuo farti carico sempre dei problemi degli altri. Non davo più peso di tanto al tuo affanno nuovo dopo le scale, al tuo addormentarti sul divano, alla tua apatia. Poi le analisi. Banale routine. Un controllo. Così per fare. Varcare la soglia del Pronto Soccorso di Ematologia ... quel gesto lo avrei rivissuto e ricordato ogni giorno, nell'anno che è seguito. In un passo, lasciavamo fuori la nostra vita. E su una sedia rossa della sala d'aspetto, restava di me quella Carla che mai avrei ritrovato. Quella che in quelle ore, mentre tu eri 'sotto esame', ha prima vagato con la mente, ha negato, ha elaborato e poi ha fatto spazio dentro di se' ad una realtà inaspettata e violenta. E che lì è rimasta. Perché quando si è alzata e ha iniziato con te quel cammino, era un'altra. Ci penso e lo vedo quel manichino immaginario su quella sedia rossa, che riconosco sempre. Seduta lì, ho deciso come e cosa fare. E mai me ne pentirò: la scelta migliore della mia vita, amore. Quella più giusta. Lasciare il lavoro, prendere l'aspettativa e condividere con te tutto e SEMPRE. Per sempre, per quanto sarebbe durato. Eravamo NOI. Nel momento della diagnosi, anzi lì eravamo in tre, c'era anche nostra figlia. Nei primi fiduciosi passi. Nell'inizio di un percorso su cristalli, che ti stravolge vita, progetti, futuro, e allora impari davvero a vivere l'attimo. Nelle attese di ogni risposta, di ogni analisi. Nell'amore incondizionato nei confronti della TUA dottoressa, che nasceva ad ogni incontro, e che insieme ci spaventava, perché la sua sincera lealtà, con cui difendeva il suo cuore, la rendeva a tratti così spietata ai nostri occhi. E poi nei fallimenti. E nelle complicanze inattese. E nei nuovi tentativi di cura. Nei periodi a casa, sempre troppo brevi e troppo protetti per essere chiamati 'vita'. Ma noi, insieme. La parola insieme ha caratterizzato questo mio cammino. Insieme ai malati. Insieme alla gente in quell'ospedale. Insieme ai medici. Ai volontari. È nella condivisione del dolore con gli altri che ho trovato quella forza, quella tenacia, quella dedizione ad un male che ci avrebbe vinto, e che ti avrebbe portato via. Una resa vissuta giorno per giorno, preparandomi. In quel nido, che era ormai la tua casa, sono stata protagonista di una storia vista tante volte sui volti di chi ci ha preceduto. Ho trovato la forza in te, nel tuo sorriso di ogni giorno, nel tuo parlare sempre al futuro. Nella tua estrema dignità, nella tua capacità di sorridere, di accogliermi ogni volta con la luce negli occhi. Nella tua convinzione di farcela. Nei tuoi progetti a lungo termine.
La morte ...non eravamo pronti. Nessuno lo è mai. Eppure quando è arrivata, quella mattina, quando quella lunga notte ha portato via con il tuo respiro anche la nostra speranza, credimi, amore, quando è arrivata, il mio bacio sui tuoi occhi umidi e sulle tue labbra dolci ha concluso il mio compito. Ma di te qualcosa è restato. Intanto un'esperienza unica dove il dolore grande, difficile da raccontare a chi non lo vive, ha magicamente rivalutato sentimenti messi da parte, come il perdono, l'abbandono, la resa totale ad un destino che ci è padre e ci fa da regista, l'amicizia, quella vera,e quella nata lì, nei corridoi, sulle scale, dove gli occhi si incontravano e danzavano la stessa musica, e i cuori si stringevano in un unico silenzioso abbraccio. Il bello di ogni cosa, la più semplice, e sempre così scontata. Il cielo visto ogni mattina dietro ai vetri della tua stanza, quando sollevavo le serrande e tu, curioso di vita. lo guardavi. Il banale volo di un uccello. Il fumo della caldaia o il suono di un antifurto. Il gusto amoroso di un caffè caldo in piena notte, offerto dagli infermieri, angeli cari e compagni preziosi per me. Me che per quasi un anno sono stata te. Noi. Sempre. E ripeto. Lì in quel posto, tra quelle mura così piene di speranza e pensieri, tu sei restato. Tu sei lì. Ti sento quando torno, anche solo per un ricordo. Per un momento. Per un pensiero. Ti ritrovo in quelle file di gente in attesa, ti rivedo seduto mentre aspetti la trasfusione, o sorridente dopo aver finito. A fare colazione dopo il prelievo. Con gli occhi teneri rivolti a me, e pieni di speranza. Sei in ogni dove, amore mio. E lì tornerò ancora, perché qualcosa ancora devo fare. Lì tornerò a DONARE, a chi resta nella sofferenza, l'immenso amore che tu mi hai lasciato. A far sì che nell'opera di volontariato riviva quello che di più bello resta di te, la tua immensa bontà, il tuo cuore grande, le tue continue carezze, il tuo sacrificio, e il tuo riuscire a proteggermi, malgrado tutto.
Te lo prometto, amore mio.
Carla

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