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'Cattiveria Agonistica' contro la malattia

 

Ero in ospedale, ma nessun medico voleva dirmi per quale assurdo motivo mi stessi trovando lì. Ogni giorno di ricovero ero sempre più confusa, tutti erano molto vaghi e il nome e cognome di ciò che mi affliggeva da mesi, sembrava essere noto a tutti tranne che a me. Finché un giorno, finalmente, un medico mi disse: «Aspettiamo l'istologico, ma dovrebbe trattarsi di Linfoma di Hodgkin. Non ti preoccupare, si guarisce nell'80% dei casi perché la chemioterapia è efficace.» Chemioterapia. Tutto confuso, tutto nero, tutto buio e poi il blackout. Cosa ne sarà di me? Ho solo 32 anni e ancora un sacco di cose da fare, posti da vedere, cose da imparare… e nel frattempo, la mia nuova compagna di pensieri prese un nome: paura.

Dopo essere stata presa in carico dal reparto Day Hospital di Ematologia, una bellissima dottoressa bionda dall’accento dell’est, con tono chiaro e deciso iniziò a spiegarmi tutto ciò che avrei dovuto sopportare e subire nei mesi a venire. Fu in quel momento che decisi che l'autocontrollo e la lucidità dovevano prevalere sulla paura.Ricordo che, nonostante il COVID, dopo il colloquio con lei, un'infermiera, che fino a quel momento sembrava burbera e frettolosa, entrò nella mia stanza e mi abbracciò: «Dai Francesca, forza! Si supera, e quando avrai finito, fanculo gli ospedali, ci andremo a prendere un aperitivo insieme» Così, in un giorno qualunque di luglio, mentre gli altri si apprestavano a farsi belli per uscire la sera, capii che la vita è un gioco imprevedibile, scandito da eventi che determinano ciò che sei e ciò che sarai.

Già, perché non ero più quella di prima. La Francesca spensierata, allegra, impacciata, estroversa e pasticciona, aveva lasciato spazio ad una nuova persona che ancora doveva conoscersi. Giorno dopo giorno, questa nuova me attraversava momenti di sconforto totale, ma imparava a godere dei piccoli riti che fanno parte della quotidianità: svegliarsi, un caffè, la pioggia, un abbraccio.E la paura? Si trattò di trovare una chiave, un modo per gestire questo aspetto, ad esempio la prospettiva con la quale lo potevo guardare. Non quanto mi sarebbe venuto meno, ma quanto mi è stato donato vivere, che non era scontato, men che mai dovuto. Non ero più la stessa, ma quel “di più” che avevo ricevuto in dono, trasformandomi, ampliandomi, aprendomi. Rendere grazie, insomma, per tutto ciò che nel suo trascorrere mi aveva donato un sentimento, compreso quello della perdita di me stessa e di tutte le certezze che davo per scontate.

Oggi, dopo sei lunghi mesi dalla fine delle terapie, dolorose sia fisicamente che psicologicamente, devo ricominciare da capo, perché la malattia è tornata a crescere dentro di me. Come dice il Prof. di Bologna, adesso devo tirare fuori una “cattiveria agonistica” per superare quest'altra difficile prova. Tutto questo, quindi, non mi impedirà di cercare nuovi modi per ricostruire la mia vita completamente rasa al suolo. Ricomincerò a studiare, a prendermi cura di me stessa, a divorare ogni secondo che mi è concesso. E forse, un giorno, tornerò anche a fidarmi di tutto ciò che mi circonda.Ringrazio i medici e le infermiere del reparto di Ematologia di Firenze e di Bologna, e tutte le persone che ogni giorno mi danno speranza, ogni volta in cui sono presa a schiaffi dalla vita. Grazie alla Medicina e alla Ricerca che, tramite le molteplici terapie, permettono a tutti noi di poter ancora credere nel futuro. Per tutte le volte che mia Madre nasconde gli occhi rossi dal pianto mentre sono sola in reparto. Per tutte le volte che mio Padre trova le espressioni giuste mentre la commozione gli interrompe le parole.

Francesca

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