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Volevo solo andare in Sud Africa

Ad aprile 2015 stavo scrivendo una lettera motivazionale per andare a far volontariato in Sud Africa e che ridere se penso a quel mio amico che mi disse “voglio essere presente quando lo dirai ai tuoi”. Credo che mia madre e mio padre avrebbero preferito sapermi a Cape Town piuttosto che dover assistere alla diagnosi del mio linfoma di Hodgkin.

Qualche giorno dopo, infatti, mi trovavo in una di quelle grigie sale d’attesa con i miei linfonodi ingrossati e le mie sudorazioni notturne per ricevere quella notizia che cambia a tutti un po’ la vita. A me l’ha cambiata a 22 anni.

Sono arrivata in quella stanza dopo mesi di visite a vuoto per le più disparate ed ipotetiche patologie: da quelle renali fino all'endometriosi. Per tre mesi mi sono svegliata nel cuore della notte con dolori lancinanti alla schiena, completamente madida di sudore e con la febbre.

Poi un giorno mi si è ingrossato il collo. Pensavo fosse la tiroide perché ero molto dimagrita ed invece, dopo un’ecografia, mi dissero che sarebbe stato meglio procedere con la biopsia di un linfonodo del collo. Ovviamente, per mesi avevo googlato i sintomi e quando mi dissero “linfoma di Hodgkin al terzo stadio” non ne rimasi troppo sorpresa.
Piansi a dirotto pensando che la mia vita sarebbe stata uno schifo.

La dottoressa mi disse “vedrai che non sarà uno schifo, sarà migliore di adesso”. Le diedi della pazza e dell’insensibile, ma aveva ragione.

Sono seguiti 6 mesi di chemioterapie e di esami e sinceramente ho perso il conto degli aghi e delle facce che ho visto. Ogni due martedì del mese mi trovavo su una poltrona in pelle a guardare un film di Woody Allen, mentre aspettavo il “beep” finale della pompa per infusione.

Intorno a me ogni volta c’erano i miei genitori, i miei amici, le infermiere e tanti pazienti diversi. Poi me ne tornavo a casa e aspettavo che passassero quei due o tre giorni di spossatezza con pazienza e rassegnazione. Certo, a volte vomitavo, avevo mal di pancia ed alla fine ho perso quasi tutti i capelli. Ho dovuto rinunciare a seguire le lezioni all’Università, ai bagni in piscina, ai viaggi, a prendere il sole, a correre, ai mezzi pubblici ed al sushi.

Ma della mia esperienza non mi piace ricordare le privazioni. Mi piace invece raccontare la normalità e le cose che ho imparato.
Perché c’è normalità anche nel cancro: i pranzi, le gite fuori porta, le giornate in biblioteca, le lezioni di Tai Chi, le chiacchierate a notte fonda, le vecchie amicizie, la lettura di un buon libro, le feste all’aperto e persino i programmi trash commentati con la mia amica mentre bevevamo camomilla sul divano.

Ho imparato a non esigere dagli altri le parole giuste, ad accettare le battute sbagliate e ho persino capito che esiste una netta differenza tra chi ti sta accanto per sé e chi ti sta accanto per te. Ho imparato l’arte della cieca devozione verso questi ultimi e a non incolpare i primi.
Sono stata costretta ad ammettere l’importanza dei piani B e ora posso dire che a volte sono anche meglio degli originali.

Ho persino accettato la mia versione gonfia e con i capelli corti, dicendomi che se avessi accettato quella, avrei potuto accettare tutto. Ho combattuto l’arrendevolezza al grido di “se molli ora mollerai tutta la vita”. Senza accorgermene stavo imparando ad essere resiliente.

Ho dovuto lottare indubbiamente più di altri per quelle piccole cose che a tutti i miei amici parevano diritti acquisiti e che forse in realtà lo sono.
Ad un’età in cui sei pronta a vivere la tua vita secondo le tue regole e di dipendere da qualcuno proprio non ne vuoi sapere, forse, una diagnosi di linfoma è più dura da digerire.

Però, credetemi quando dico che questa è una delle più grosse opportunità che la vita sappia offrire: avrei potuto probabilmente solo occuparmi della mia sopravvivenza e nessuno mi avrebbe detto che non stavo facendo abbastanza. Eppure, di fronte alla possibilità di non avere un futuro, ho fatto di tutto per crearmelo. Sarebbe stato più difficile, ma sapevo che sarebbe stato più bello.

Mentre i miei amici si godevano l’estate, io ho continuato a studiare e studiare e studiare. Il giorno dopo la mia ottava chemioterapia mi convinsi a sostenere l'esame di Transnational Commercial Law e quel giorno qualcuno ha visto oltre quella malattia che proprio non riusciva a vincermi, offrendomi la possibilità di partecipare ad un progetto universitario internazionale. Grazie a quelle persone e a quel progetto (e dopo la remissione e con il sostegno dei medici e dei miei genitori) ho potuto viaggiare e fare quello che spero di fare per tutta la vita.

Ma, soprattutto, ho trovato la luce in fondo al tunnel ed ho dato un senso a quel periodo che avrei potuto solo ricordare come difficile.

Laura

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