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Lettera al Dasatinib

Caro Dasatinib,

un bel giorno inizi ad essere il mio compagno di viaggio, prezioso per la mia vita, sia in termini di costo, sia perché mi garantisci la vita o almeno, non proprio la vita, ma sembra che mi proteggi dall’accidente che mi ha colpito. 

Il mio corpo inizia a trasformarsi e a cambiare, tante piccole cose per chi, come me, si sofferma a guardare in silenzio.

E poi, si aggiungono tanti, interminabili, ricorrenti, cronici, disturbi. Da soli sono piccoli o medi o grandi, ma cosa vuoi che sia, posso sopportarli, uno ad uno, tanto sono meno gravi del male che ho dentro.

E tutti mi vedono fuori sorridente, che stringendo i denti continuo a fare quello che sempre ho fatto, o quasi.

Nessuno sa che per andare al lavoro piango perché non riesco a stare seduta in auto, che la notte non dormo bene dai dolori, perché nemmeno distesa sto bene, che al mattino per prepararmi devo alzarmi molto prima, che per fare tutte le cose che facevo, anche solo pulire la casa o fare la spesa, ci metto molto di più, in tempo e fatica.

Nessuno sa che quando vado a danzare, unica mia passione da sempre, cerco di scampare gli inviti per ballare salsa, perché mi affanno subito e mi manca il respiro.

Nessuno sa che talvolta ho difficoltà respiratorie e che vado in affanno per piccoli sforzi, come una semplice rampa di scale da salire. O che mi sveglio la notte perché mi sembra di non ricevere abbastanza ossigeno.

Continuo a seguire corsi, a lavorare, anche se a ballare mi vedono molto poco ormai… nessuno sa… o meglio, provo a spiegarlo a chi mi sta vicino, ma c’è chi mostra compassione e se ne va, chi non capisce affatto e pensa stia ingigantendo tutto, chi prova a capire, chi nel mio finto sorriso legge la fatica e il dolore, ma in fondo, il dolore degli altri è sempre dolore a metà, e così agli occhi degli altri, mentre lotto e faccio i salti mortali per riuscire a fare tutto, sembra sempre tutto come prima, nulla è cambiato.

Non mi sono mai chiesta perché è successo a me, mai. Mi sono rimboccata le maniche e ho camminato.

La paura, lo sconforto, il dolore sono state compagne di viaggio insieme a te, pastiglietta cara.

E ci sono voluti 10 mesi di dolore e sofferenza, fisica e psicologica, un piccolo infarto, un ricovero e un viaggio a Milano per riuscire a dire che tu per me sei veleno.

Eppure non dai questi disturbi agli altri, gli altri sopportano di più, sono più bravi di me forse.

I problemi respiratori, l’affanno, la fatica, il rallentamento fisico e mentale, i dolori al torace, forse, per chi vuole leggerli così, erano tutti segnali di uno stesso problema e un pericolo costante di infarto non si può tollerare.

Quindi una pausa, pastiglia cara, anche se sei mia amica, mi hai tradito e io non posso più continuare così, non ha alcun senso vivere con te, ti saluto per sempre, ognuno compia la sua strada.

Il corpo sembra tornare com’era e assaporo la meraviglia delle piccole cose che avevo perso in quei mesi. E tutti si accorgono della luce diversa che emana il mio corpo, ed è meraviglioso!

Ma senza pastiglia, tu lo sai, non si può stare a lungo; ed ecco, la pastiglia cambia colore. Imatinib, tuo papà, dovrebbe proteggermi da tutto ciò che mi ha turbato in questi mesi.

È la mia ultima chance, al momento, se anche questa non andrà bene, le altre possibilità sono purtroppo già escluse a priori.

Il corpo inizia a cambiare di nuovo e io osservo silenziosa. La tosse c’è sempre, come la fatica, ma non ho più quell’elenco di disturbi che mi hanno messo alla prova in questi ultimi mesi.

Incrocio le dita, perché di tutte quelle cose fastidiose che mi sono state annunciate tra gli effetti collaterali comuni, al momento, a parte un po’ di nausea, crampi alle gambe e qualche chilo (di acqua??) in più, altro non c’è…

Alessandra

 

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