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Libera

La sensazione di essere libera di decidere, di scegliere, di dire e di fare sempre quello che volevo, ho pensato di perderla quel giorno.

Quel giorno in cui, dopo mesi di sospetti di “no ma non può essere” o “è solo un torcicollo”, un caro amico di famiglia, oncologo, mi prospetta quello che potrebbe essere.

Ma sssshhh, non lo diciamo, perché la speranza è l’ultima a morire. E io a quella speranza mi ci aggrappavo con tutte le mie forze.

Ma poi l’iter ben scandito da tutti quegli esami fanno allontanare la speranza e fanno sembrare tutto molto più reale quello che immaginavo.

La risonanza magnetica non lascia posto all’interpretazione, il mio corpo sembra un albero pieno di ciliegie, che si distribuiscono tra collo e mediastino. Piccole ciliegie, ma non così dolci da mandar giù.

Dopo aver girato tra dottori e visite arrivo a quello che sarebbe stato il mio porto sicuro. Al Policlinico di Tor Vergata di Roma conosco la Professoressa C. e il suo staff. Mi prendono per mano, mi dicono di non aver paura che tutto si risolverà e che, a 21 anni, quella speranza me la devo tenere stretta.

Il prelievo del midollo…la biopsia… vengo accudita come farebbe la migliore delle mamme, come in una grande famiglia.

E poi la diagnosi. Linfoma di Hodgkin, secondo stadio.

Parte lo studio matto e disperatissimo per capire chi è questo sconosciuto. Mi informo, chiedo. Improvvisamente non ho più paura. Improvvisamente sono piena di energia, di voglia di combattere e vincere.

Il 24 aprile 2007 inizia la mia avventura. E’ stata dura. A 21 anni non si può chiedere a una ragazza di stare il meno possibile in luoghi affollati, quando invece la tua vita è piena di amici, di storie da vivere e ricordi da creare.

Come si fa a non andare al mare e non stare al sole con l’estate alle porte? Si fa, ci si aiuta, si scoprono nuove forze che non sapevamo di avere, si scoprono nuovi amici e se ne allontanano degli altri.

I primi cicli di chemio vanno lisci come l’olio, solo le vene danno un po’ di problemi ma io, testarda, continuo a non volere il port sottocutaneo. Ce la farò. Dopo le sedute, tornavo a casa e mi sentivo uno straccio con quel colore giallo da far invidia a tutta la famiglia Simpson.

I capelli che cominciavano a cadere a ciocche e io che non li tagliavo. Io che avevo sempre odiato quei tantissimi capelli che avevo, in quel momento si sono rivelati un grande alleato. La differenza era poca e credetemi, chi ci è passato lo sa, guardarsi allo specchio e vedersi ancora quei capelli, anche se di meno, aiuta molto.

La nausea che aumentava, le forze fisiche che diminuivano e io che scavavo sempre di più dentro di me per tirare fuori tutta la mia voglia di vivere e di ridere.

Gli amici sempre vicini. La mia famiglia sempre presente. Io e i miei genitori una cosa sola. Io che davo forza a loro cercando di non farmi vedere mai triste, in preda allo sconforto o impaurita dal non farcela. Loro sono sempre stati li. Fuori ad aspettarmi, per aiutarmi, sorreggermi e tendermi sempre quella mano per trascinarmi fino alla guarigione.

La mia avventura finisce nel migliore dei modi il 14 dicembre 2007, con l’ultimo giorno di radioterapia.

La mia vita è continuata. Se è possibile, anche più bella di prima. Sono diventata più forte, sono più consapevole di quello che posso fare con le mie sole forze. E di cosa voglio.

E poi il regalo più bello e inaspettato. Nel 2012, nell’ultimo dei 5 anni con controlli ogni 6 mesi, nasce mio figlio Lorenzo. La gioia più grande.

E nel 2015 arriva anche Emma ad allietare le mie giornate.

Loro sono la mia felicità, il mio “ce l’ho fatta” . La mia rinascita. Sono il mio grazie a tutti quelli che mi hanno aiutata e sopportata per far si che io oggi possa scrivere queste parole.

Giulia

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