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Storia di un cassetto

All’inizio il dolore della malattia era come una sostanza nera ed incomprensibile ficcata dentro una stanza. Se non entravo nella stanza, andava bene, la porta teneva.

Ma nei giorni delle terapie, dei controlli, delle analisi, ero costretta ad entrare e venivo travolta. Nessuno ne parlava con me e la mia famiglia, tentando di proteggermi, nascondeva la cosa agli occhi di tutti.

Continuare ad andare a scuola con una parrucca era la mia porta, e si chiudeva bene. Inoltre nessuno si sarebbe permesso di entrare.

Quando le terapie finirono, avevo 17 anni e decisi che quella stanza andava aperta.

Quindi la ripulii, appesi trofei e medaglie, mesi tutto in ordine e rinchiusi tutto il dolore in un cassetto.

Era proprio una bella stanza: chiunque voleva poteva entrare e restare abbagliato dai miei successi e dalla mia bravura. Era un po’ austera, mascolina e dall’aspetto forte e risoluto.

C’era la medaglia del diploma con il massimo dei voti nonostante la malattia, l’aver superato il test di medicina, l’aver vinto le olimpiadi di biologia.

E quel cassetto non si notava, chi guarderebbe un vecchio mobile quando si è circondati da sfavillanti premi?

Gli anni passavano, le materie diventavano sempre più approfondite. Sentivo che quel cassetto non si chiudeva più tanto bene, scricchiolava e qualche volta qualche goccia di quella brutta melma veniva fuori.

Così tentavo di pulire, lo spingevo, limavo gli angoli e mettevo un po’ di colla e nessuno se ne accorgeva.

Un giorno, una persona che come tante entrò nella stanza mi disse che avevo un problema. “Lì ci sono delle macchie. Questa stanza sembra avere un problema. Fatti aiutare da qualcuno a pulirlo, ci sono persone che si occupano proprio di questo”.

Il mio primo appuntamento dallo psicologo iniziò come tanti.: “Salve, sono Rossella e ho avuto un cancro”.

Ma quando aprii la porta e lo feci entrare mi accorsi di aver paura di quel cassetto. Gli dissi: "Il mio problema è lì dentro, ma io non riesco ad aprirlo, non so se voglio farlo". Ogni volta che sbircio dentro piango uno, due, dieci notti, finché con della colla non riparo la crepa. Ho paura che il contenuto nero e melmoso mi travolga ed imbratti di nuovo tutta la stanza.

Lavorammo per mesi. Finché un giorno accadde qualcosa. Riuscì per la prima volta a vedere cosa c’era lì dentro. Credevo di trovarci la paura di riammalarmi, di non essere mai un medico all’altezza, di non potere avere figli a causa della mia malattia. Ma non è questo quello che trovai.

Era l’agosto del 2010 quando mi sottoposi all’intervento di linfoadenectomia per effettuare l’esame istologico e dunque la diagnosi.

Allora avevo 16 anni. Avevo il corpo di una bambina, asciugato dalla malattia e ancora non riempito d’adolescenza.

Entrai camminando nella sala operatoria con il mio pigiama verde mela. Era una stanza illuminata da luci bianche e forti. Mi sdraiai sul tavolo operatorio. Le due mani senza nome di qualcuno mi afferrarono i pantaloncini del pigiama e gli slip e, con un movimento veloce e automatico, mi lasciarono nuda e legata su quel letto, per qualche minuto, prima che l’anestesia mi travolgesse.

Ho scoperto di aver vissuto questo momento come una violenza sessuale. Ho scoperto che un gesto così banale ha alterato tutto il modo in cui vedo il mio corpo, ha complicato la mia crescita.

Ho scoperto che in quel cassetto era contenuta la negazione del mio corpo da donna, la paura della sessualità. Ho capito che quella melma nera era la mia adolescenza, mai vissuta, che non conoscendo, non comprendevo.

Da qualche mese ormai ho cambiato ancora una volta arredamento: ho staccato i trofei e li ho conservati, chi mi conosce li ha visti già.

Ho ripulito il cassetto: ora so cosa c’è dentro, l’ho messo in ordine e l’ho chiuso, è una mia scelta aprirlo.

Ho colorato la stanza di un colore più accogliente, femminile e ho appeso la mia laurea in medicina al centro della parete. Sotto c’è un post-it: primum non nocere.

Rossella

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