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L'arma più forte contro il mio Linfoma? L'amore di chi mi è stato accanto

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Ho sempre avuto come numero fortunato il 18, la mia data di nascita, il mio numero di maglia a pallavolo, il mio voto preferito all’università (ahahahah). Chi mi conosce  sa che credo molto nel destino e negli eventi, nulla accade per caso e tutto è scritto nel nostro libro della vita. Chi conosce sa della vita meravigliosa intrapresa a Londra, tante soddisfazioni e tanto sacrificio allo stesso tempo, partita con la voglia di crescere e imparare, di sfondare nel lavoro e chissà di trovare l’amore. Ed è così che il mio castello fantastico immaginato per tanto tempo si è alzato al cielo.

Ma è proprio a lavoro che questo castello comincia a vacillare, perché inizio ad avere i primi fastidi fisici che mi portano a fare accertamenti. Dalle prime settimane di maggio inizio ad avere dolori allo stomaco, liquidati dai medici come gastrite e reflusso. Continuo con la mia vita e il mio lavoro come solo io so fare ma sono un po’ ipocondriaca e continuando ad avere fastidi vado a fondo alla questione, anche perché i giramenti di testa, affanno e gonfiore addominale cominciano a prendere il sopravvento. Decido di fare un’ecografia privatamente e infatti mi viene trovata una massa di circa 12 cm sul colon.

Rimango colpita dagli occhi del tecnico che non aveva le parole per dirmi questa cosa. E soprattutto dalla forza dell’abbraccio al momento di uscire dallo studio. Ed è li che nella mia testa scatta qualcosa, non so cosa esattamente ma il mio sesto senso inizia a parlarmi. Chi mi conosce sa quanto insisto e quanto sono capocciona così torno dal medico con i risultati della mia ecografia. Lui decide di visitarmi e palpandomi la pancia esclama “What’s that?” (Cos’è quello?). Comincio ad avere la conferma che il mio sesto senso sta lavorando bene. Chiedo quindi di fare una colonscopia, lui accetta mettendo nelle richiesta “cancer priority” (priorità per cancro), specificando di non spaventarmi in quanto è solo una dicitura per fare presto. Crederci? Razionalmente sì. Ma dentro di me la convinzione cresce. Sento come se un vortice abbia iniziato a girare nel mio corpo, notti in bianco per il dolore, gonfiore sul lato sinistro della pancia, un bozzo “pulsante”.

Impossibilitata ad andare a lavorare, chiedo alla mia mamma di venire per il giorno dell’esame (ovviamente stando lontano non puo’ immaginare tanto ed anche qui la mia convinzione mi spinge a forzarla a venire). Arriva e capisco che probabilmente anche lei comincia ad intendere qualcosa di più serio visti i miei sintomi. Bene, ci siamo, il giorno della colonscopia è “18” giugno 2019, con mia mamma e il mio ragazzo al seguito si arriva in ospedale. Entrata in questa sorta di stanza comune per la preparazione, una dottoressa mi chiede il motivo dell’esame e spiego appunto del dolore e di questo gonfiore sul lato sinistro “pulsante”. Appena le scopro la pancia mi guarda con uno sguardo che mi ricorda gli occhi del tecnico dell’ecografia.Mi dice chiaramente che non posso fare l’esame ma ho bisogno di una TAC. Ovviamente accetto e dentro di me il vortice continua a girare sempre più forte tanto da captare nello shock e nella confusione dell’ospedale la voce della dottoressa che dice “Eleonora cancer” mentre si allontana per prenotare la TAC.

Ok, in quel preciso istante, ho preso la consapevolezza e mi sono detta: preparati hai il cancro, non so cosa succederà ma non bisogna mollare. Sono stati i 5 minuti più lunghi della storia. La dottoressa torna e vado a fare la TAC. Ed il mio castello comincia a cedere.Chi mi conosce sa quanto cerco sempre di essere coraggiosa, aspettiamo i risultati della TAC con mia mamma e il mio ragazzo, vorrei esplodere ma non è il momento. Aspettiamo due/tre ore e la dottoressa mi chiede di seguirla, mi alzo per seguirla, lei mi guarda e mi invita a portare con me i miei parenti. Altra conferma che è grave, ci siamo è il momento. Forza Eleonora! La dottoressa comincia a parlare, guardo mia mamma, ha lo sguardo sperduto e vuoto, mi comincia a chiedere cosa succede, la dottoressa ci dice che al 90% ho un linfoma e capisce che c’è un problema di comunicazione così mi chiede se è meglio che si fermi per tradurre. Ed è qui il momento che non avrei voluto accadesse mai, devo sentirmi dire che sono malata e soprattutto devo dire a mia madre che ho il cancro. Ok, Eleonora, prendo coraggio e traduco, mi sento in una sorta di trance, la mia mano sinistra si irrigidisce come un forte crampo non so cosa sia, forse un qualcosa di nervoso per la tensione.

Vedo negli occhi di mia madre la disperazione e il non sapere cosa fare. Non ho il coraggio di guardare in faccia il mio ragazzo. La dottoressa continua a parlare, la cosa su cui mi soffermo è che questa cosa che ho è curabile.  Torniamo a casa, non so cosa sto provando, mi rendo conto di un paio di cose, il mio numero, il 18 che mi ha sempre portato fortuna questa volta mi ha tradito pesantemente e che il mio castello è definitivamente crollato. Arriviamo a casa e l’unica cosa ora è capire cosa fare restare a Londra o tornare Roma? Ci metto poco a decidere: torno a Roma. Si ma come? Dove? Quando? Dio, le domande, l’ansia, il panico, il non sapere cosa fare, la vera e propria disperazione prende il sopravvento. Comincio a realizzare che devo lasciare il lavoro, la casa, Londra e tutta la mia vita lì, la paura e la rabbia mi assalgono. Cerco di non piangere e di rimanere forte anche per mia mamma. Ma è dura tanto tanto. 

Chi mi conosce sa come riesco a prendere in mano la situazione anche nella difficoltà, Nei giorni successivi  riesco a prenotare una visita con un professore di ematologia a Roma.Torno a casa prenoto un volo per il 27 giugno. Ok, ho meno di sei giorni per chiudere la mia vita a Londra. Il lavoro è fatto, ora devo pensare alla casa, devo preparare gli scatoloni, le valigie. Questi giorni lunghi si alternano a momenti di ansia, dolore e silenzo. Arriva il giorno prima della partenza gli scatoloni sono pronti. L’unica non pronta sono io, non voglio lasciare la mia vita qui, il mio ragazzo mi sta accanto e non riesco a trovare parole per descrivere quanto io stia apprezzando la sua presenza qui con tanto rispetto per miei silenzi, per il mio dolore e per la mia voglia di fissare un punto o giocare al telefono in modo nervoso e compulsivo. 

Arrivo a Roma, 28 giugno giorno della visita, ore 16 presenti all’ambulatorio, entro in questa stanza accompagnata da una mia amica, incontro l'ematologo, gli presento tutto il materiale in mio possesso, prende nota di tutto e mi visita. Poco dopo mi dice chiaramente cosa mi aspetterà, la situazione è grave: ho un Linfoma di Burkitt di quarto grado ad alta proliferazione, il linfoma più aggressivo che  esiste e dovrà essere trattato allo stesso modo, chemioterapia aggressiva. Con molta professionalità mi spiega tutti gli effetti collaterali a cui andrò incontro, nausea, vomito,perderai i capelli, ciglia e sopracciglia, dolori, mi parla delle fertilità dicendomi che potrei avere alta probabilità di perderla in quanto non ho tempo per congelare eventuali ovuli prima della chemio. Le possibilità di guarigione sono del 50%. 

In quel momento annuisco a tutto senza immagazzinare le parole nel cervello, mi chiede se abito vicino e se posso ricoverarmi al momento ovviamente dico si, prova a chiamare a reparto ma non c’è un letto disponibile quindi mi dice che dopo il weekend sicuramente potrò essere ricoverata. Lo saluto ed esco. Ok, Eleonora è ufficiale la guerra è vicina, la corsa agli armamenti è iniziata, pronti perché da un momento all’altro la guerra scoppierà. Ed eccola il 2 luglio si presenta puntuale, vengo ricoverata in mattinata nel reparto di Ematologia, Lui è cresciuto ancora nel giro di 10 giorni ed è 17cmx14cmx12cm.

Chi mi conosce, da questo momento in poi conosce la storia, conosce le singole battaglie vinte,conosce Frank, conosce la chemio, conosce le 5/6 sacche al giorno e le sacche da 24 ore, conosce tutti i nemici effetti collaterali, conosce la bocca spaccata, conosce Eleonora senza capelli, conosce Eleonora con quasi 30kg in meno, conosce le lombari, conosce i digiuni,conosce l’esultanza dopo una TAC, conosce i globuli bianchi, conosce le trasfusioni, conosce il mio superare la paura del vomito, conosce la mia paura per l’anestesia, conosce il sondino naso gastrico,il catetere e il drenaggio, conosce un post-operatorio, conosce una laparotomia e i suoi 35 punti, conosce l’infezione alla ferita, conosce il mio essere attiva organizzando le visite, conosce i messaggi di mamma sul gruppo di whatsapp, conosce i miei 81 giorni di ospedale, conosce quanto impegno e forza ci abbia messo, conosce quanto tenacia e costanza ci sia voluta, conosce quanta forza di volontà e pazienza io abbia dimostrato.

Dal 2 luglio in poi il mio esercito ha combattuto con me, senza lasciarmi mai sola. Le persone devono sapere quanto in queste situazioni è importante la presenza di chi ti vuole bene e quanto questo possa fare la differenza sull’umore e sull’andamento della malattia. L’umore inoltre, questo è un elemento chiave, mai buttarsi giù, la forza è lì, ho avuto giorni e momenti che avrei preferito morire e invece il mio carattere e la mia positività hanno fatto si che trascorressero senza troppi problemi. Il male va contrastato con il sorriso, Lui già di suo è cattivo, con un atteggiamento negativo e triste ha solo modo di godere di questo.

Spero che anche chi non mi conosce possa aver compreso in questo mio breve racconto quanto io sia grata alla mia famiglia, al mio fidanzato, ai miei amici, per la grinta e la forza che mi hanno dato. Durante il percorso sono arrivata ad un punto in cui dentro di me una voce mi diceva Eleonora devi farlo per loro, guarda quanti sono e quanto ti amano non puoi farli soffrire. Dai i miei genitori, dal mio fidanzato, dagli amici di infanzia e da quelli più recenti, dalla mia squadra di pallavolo (la mia seconda famiglia), dai nuovi amici, dai genitori dei miei amici fino ai miei medici, ai miei infermieri.

GRAZIE per non avermi mai lasciato sola, grazie per aver creduto in me nella mia forza, è solo merito vostro se ora posso dire di avercela fatta. Vi voglio bene.

Eleonora.

 

 

Eppure io sto bene, voglio continuare la mia vita da sportivo anche se i globuli bianchi aumentano sono a 50.000. Io decido di tenere su tutti i fronti, come dice il mio ematologo. Continuano i controlli e i globuli bianchi arrivano a 150.000, è ora di intervenire. Io però non voglio arrendermi, faccio l'ultima Milano/Sanremo con linfonodi al collo e sotto le ascelle grossi come nocciole. 
Partono sei mesi di anticorpi monoclonali e chemio, ma durante la terapia non mollo, d'inverno monto sulla bicicletta sui rulli e pedalo tutti i giorni per 30/45 minuti. Quando arrivano le belle giornate prendo la mia bicicletta e pedalo per un’ora. Il mio ematologo si arrabbia ma io sto bene così. 
Dopo due mesi di terapie ho ripreso ad andare in bicicletta come se niente fosse successo. Oggi, nel 2019, mi presto a fare un viaggio in bicicletta di 2.200 km. Per questo voglio dire grazie a chi mi ha curato e soprattutto alla ricerca.
Walter
 
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