Il ricordo del Prof. Martelli

La più grande lezione che ho ricevuto dal Prof. è stata quella di non dire mai “è impossibile”.

Franco Mandelli 30 anni fa aveva capito l'importanza di mettere in comunicazione i centri ematologici italiani per offrire a tutti le cure migliori. Era un innovatore.

Il Prof. Mandelli ha avuto delle intuizioni che ancora oggi sono alla base della sperimentazione clinica moderna. Già 30 anni fa aveva capito che le ricerche non si potevano portare avanti in un singolo istituto, ma che era necessario creare un gruppo cooperativo nazionale. Per questo ha fondato il GIMEMA, che dal 1982 ad oggi è riuscito a mettere in rete 140 centri ematologici in Italia rendendo disponibile in tutti gli istituti le stesse terapie e gli stessi protocolli. Questo ha portato a due risultati importanti: la possibilità per i pazienti di curarsi al meglio a prescindere dalla città in cui vivono e la disponibilità in tutti i centri di Italia di terapie assolutamente all’avanguardia.

Se il Professore è riuscito a realizzare progetti tanto importanti è perché era prima di tutto un sognatore. La più grande lezione che mi ha insegnato è stata quella di non dire mai “è impossibile”, perché con la caparbietà e la dedizione tutto, o quasi, si può realizzare. Questo è ciò che cerco di far capire oggi ai giovani che lavorano da noi: le cose non accadono spontaneamente, bisogna essere il motore del cambiamento, credere nella propria missione e realizzarla al meglio, senza fermarsi mai.

E il Professore era uno di quegli uomini che non si prendeva mai una pausa. Ricordo un episodio in particolare. Le nevicate a Roma sono molto rare, ma quando arrivano il disagio diventa enorme. Era il mattino dell’8 gennaio 1985 e la città si svegliò dopo un’abbondante imbiancata notturna. Tutto era già paralizzato, compresi i trasporti. Al tempo frequentavo come specializzando l’Istituto di Ematologia diretto dal Prof. e il nostro orario di arrivo in reparto al mattino era stabilito alle 7.30, non più tardi.

Non era possibile né pensabile restare a casa, quindi decisi di scendere in strada per raggiungere la mia macchina già semicoperta di neve. All’epoca avevo la mitica FIAT 500 L gialla. Quell’auto, grazie alla sua trazione e al motore posteriore, si rivelò molto più adatta sulla neve di altre. Con molta cautela, tra una sbandata e l’altra, dopo circa un’ora e mezzo riuscii a raggiungere l’istituto. Mi diressi con il mio cappello di lana e i doposci verso l’ingresso. Sulla porta trovai Mandelli: «Buongiorno Martelli, ti sembra questa l’ora di presentarsi? Sono le 10.30», mi disse. «Ma professore, Roma è paralizzata per la neve e sono riuscito per miracolo ad arrivare con la macchina», provai a replicare, e lui secco: «Secondo te bastano venti centimetri di neve per poter venire al lavoro in ritardo? Scommetto che quando vai a fare la settimana bianca, la neve non ti blocca più di tanto».

Come avesse fatto ad arrivare alle 7 anche in quel giorno di neve a Roma, rimarrà per me un mistero. Alcuni miei colleghi si presentarono ancora più tardi e qualcuno non arrivò per nulla. Tutti gli assenti di quell’8 gennaio 1985 furono convocati l’indomani per un colloquio privato nello studio del professore. Nessuno ha mai osato chiedere cosa abbia veramente detto loro…

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