Il ricordo di Patrizia

GRAZIE AL PROF HO CAPITO CHE DEDICARSI AGLI ALTRI è LA MEDICINA PIÙ POTENTE

A 30 anni non riuscivo a darmi una giustificazione per la tragedia che stavo vivendo. Il prof. Mandelli non solo mi ha salvato dalla malattia, ma mi ha suggerito la cura più potente per dimenticare il dolore e la sofferenza: il volontariato.

Quando mi sono ammalata avevo solo 33 anni e una figlia di tre, che volevo vedere crescere a tutti i costi. Mi era stato diagnosticato un Linfoma Non Hodgkin aggressivo e secondo i medici avevo solo 3 mesi di vita. Io non potevo permettermi di morire e ho deciso di attingere a tutte le mie forze per farcela.

Ero in cura a Roma e su suggerimento di mio marito ho deciso di andare dal Prof. Franco Mandelli. L’appuntamento con il Professore è stato il più importante della mia vita perché mi ha salvato da una fine che sembrava certa. Andai in visita da lui e mi auscultò con l’orecchio, come un medico di un tempo, senza usare il fonendoscopio. Questo gesto di affetto e comprensione me lo ricordo ancora nitidamente.

Mi disse: “La Sua situazione è drammatica, ma se la sentirebbe di fare un intervento?”. Era un approccio nuovo e per la prima volta ero fiduciosa perché sentivo che potevo totalmente fidarmi di lui. Per me, per salvarmi la vita, Mandelli stravolse i protocolli di cura e, anche se il percorso è stato durissimo, mi ha fatto nascere una seconda volta.

Durante le terapie il Prof. mi ha tenuto sempre la mano perché il paziente doveva essere sempre al centro. Quando ero ricoverata, ad esempio, si accorse di un infermiere della sala prelievi che non salutava i pazienti alla mattina. Si arrabbiò molto e gli disse che quello non era il posto per lui perché dal sorriso e dalle attenzioni di chi li circonda i malati traggono forza e coraggio. Era una cosa che ripeteva spesso.

Ma non solo Franco Mandelli mi permise di guarire, mi diede anche un’altra importante opportunità. Nel combattere la malattia ero molto determinata e allora il Prof. mi ha proposto di entrare a far parte della famiglia AIL e fondare una Sezione a Viterbo. Nello stesso momento in cui me lo ha chiesto ho risposto: “Io sopravvivrò perché voglio prendermi questo impegno”. A 30 anni non riuscivo a darmi una giustificazione per la tragedia che stavo vivendo e la prospettiva di creare una sezione e aiutare altri pazienti diede improvvisamente un senso a tutto.

Quando sono uscita dal tunnel delle terapie, ho iniziato subito ad impegnarmi per altri pazienti e grazie a questa importante attività è come se mi fossi dimenticata della malattia. A volte basta un odore, un’immagine a rievocare quel periodo, ma è solo un flash. Dedicarmi agli altri mi ha dato la forza di chiudere quella porta e aprirne di nuove.

Quando è scomparso il Prof. Mandelli lo scorso luglio è come se fosse morto mio padre, per la prima volta dopo tempo mi è sembrato di dover camminare da sola. Poi mi sono detta che le gli uomini come lui non muoiono mai perché continuano ad esistere nella vita delle persone che hanno salvato.

0
0
0
s2sdefault