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Il dolore dell'anziano

Nell'anziano il benessere, la qualità della vita ed il livello di autonomia, determinanti primarie della sua salute, difficilmente riconoscono un unico agente responsabile; sono invece invariabilmente condizionati dall'interazione complessa di più problemi di ordine medico, psicologico e sociale, ognuno dei quali con caratteristiche che differenziano l'anziano dal soggetto adulto. Anche dal punto di vista clinico si può rilevare una grande vulnerabilità e complessità; l'espressione delle malattie e dei disturbi è frequentemente atipica e subdola; gli anziani presentano maggiore incidenza di problemi cognitivi, affettivi e funzionali, sono particolarmente esposti ai danni da farmaci, sono spesso socialmente isolati ed hanno problemi di ordine economico. Nel corso dell'invecchiamento si verifica una progressiva riduzione età-correlata della funzione di numerosi organi, una ridotta capacità di conservare l'equilibrio interno di fronte alle varie sollecitazioni esterne.
Correlato all’età è anche il numero di condizioni patologiche che espone i pazienti all'uso di più farmaci ed ai problemi iatrogenici connessi. Il sintomo, come elemento di selezione tra il sano e l'ammalato, perde parte del significato che lo caratterizza nel giovane e nell'adulto; molte espressioni sintomatologiche sono indipendenti dalla malattia; alcuni processi morbosi non producono sintomi, mentre la loro qualità non e' necessariamente predittiva della gravità della patologia.
In questo contesto come possono essere interpretati i segni ed i sintomi nella complessità degli eventi che oggettivamente coinvolgono l'intera persona e quindi anche la sintomatologia? Come è possibile rispondere a questo quadro complesso e difficilmente inquadrabile in schemi? Il comportamento da adottare di fronte al dolore dell’anziano potrebbe essere impresa senza fine e senza significato tanti sono gli atteggiamenti di chi è esposto al dolore dell’altro con la responsabilità di curare. Tuttavia alcuni aspetti devono essere tenuti in considerazione come fondamentali.

  1. Il dolore deve insegnare la finitezza. La finitezza convince che il nostro agire non riuscirà mai a superare i limiti imposti dalla natura e che è già atto di grande importanza riuscire con la medicina ad avvicinarsi ai confini che la natura stessa ha posto per la vita di ogni uomo.
  2. Il dolore non concede spiegazioni. Nella storia del pensiero filosofico e morale sono state date mille interpretazioni del dolore, nel tentativo di offrire all’uomo una ragione della sua sofferenza. Tutte hanno fallito di fronte al mistero del dolore innocente. Anche la scienza si è fermata, né molto hanno potuto le sue teorie. Resta però in ciascuno di noi la tensione per cercare un punto di appoggio che aiuti a proseguire nel difficile percorso della vita.
  3. Il dolore insegna la compassione. Non sappiamo spiegare il dolore, le armi della terapia sono spesso spuntate o limitate, non conosciamo perché il dolore diventa un’esperienza devastante: sappiamo però che il nostro principale dovere è quello di rispondere al timore di abbandono dell’ammalato. Guai a tradire questa responsabilità perché si teme un coinvolgimento eccessivo; sarà segno di equilibrio saper conservare la necessaria lucidità e distacco senza rifiutare l’appoggio nel momento del bisogno, quando il dolore allontana l’ammalato dalla comunità e lo fa sentire solo anche in mezzo alla folla.
  4. Il dolore impone preparazione. Poiché spesso la cura del dolore è impresa difficile, condannata a fallimenti più o meno parziali, gran parte degli operatori rifuggono da qualsiasi coinvolgimento, con il risultato che la cura del dolore diviene un’impresa poco approfondita sul piano culturale e formativo, prima ancora che su quello pratico. La preparazione fornisce capacità per il lavoro di équipe, indispensabili per la gestione prolungata di pazienti con bisogni clinico-assistenziali multiformi. L’adozione di linee guida e di protocolli operativi induce ad un lavoro di gruppo, seppure carico di difficoltà e di aspetti critici.
  5. Il dolore impone coraggio. Coraggio significa evitare la fuga di fronte alla sofferenza e alla possibilità non remota di un fallimento dell’intervento terapeutico, ma vuol dire anche la capacità e la determinazione nel mettere in atto tutti mezzi disponibili, in particolare i farmaci analgesici-narcotici. La coscienza della pervasività del dolore deve dare il coraggio delle decisioni, anche di fronte al timore di effetti collaterali indesiderati.

Dott. Renzo Rozzini
Direttore Dipartimento di Medicina e Geriatria, Ospedale Poliambulanza, Brescia

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