RIPROGRAMMAZIONE, FARMACI A CASA E TELEMEDICINA PER LIMITARE DISAGI E RITARDI AI PAZIENTI DURANTE LA PANDEMIA

Massimo BrecciaMassimo Breccia
Dirigente medico Responsabile UOS,
Ematologia Policlinico Umberto I, Università Sapienza di Roma

Durante l’ultimo anno di pandemia tutti i pazienti, indipendentemente dalla malattia, hanno subito ritardi di qualche tipo. Quale è la situazione per chi è affetto da una malattia mieloproliferativa?

Molti dei centri ematologici italiani hanno subito degli importanti cambiamenti durante la prima fase della pandemia, riducendo drasticamente il numero delle prime visite e dei successivi monitoraggi, perché trasformati in centri Covid o per le regole dettate dalle rispettive direzioni per ridurre il contagio. Come per le altre patologie anche le malattie mieloproliferative hanno subito dei ritardi diagnostici. Già dalla seconda fase si è cercato di riprogrammare le visite dei pazienti in trattamento con schedule più frequenti. Dove non siamo riusciti a vedere di persona, abbiamo comunque contattato i pazienti telefonicamente o tramite e-mail, cercando di seguire tutti. I farmaci sono stati distribuiti regolarmente e in alcuni casi portati a domicilio, grazie a delle iniziative finanziate da case farmaceutiche.

In che modo i centri di riferimento si sono organizzati per garantire l’assistenza ai pazienti e non ritardare gli esami per le nuove diagnosi?

Sono stati raccolti dei dati durante la pandemia per valutare il management dei pazienti con MPN durante la prima fase. L’analisi molecolare per la ricerca delle mutazioni driver è avvenuta in più del 90% dei pazienti e solo il 14% dei clinici ha posticipato l’esecuzione dell’analisi del midollo. Per la policitemia vera, più del 30% dei clinici italiani ha eseguito flebotomie solo se l’ematocrito era superiore a 48% invece che a 45% come raccomandato. L’idrossiurea è stata iniziata generalmente senza problemi, mentre l’inizio di terapie come interferone e ruxolitinib, inibitore di JAK2, in molti casi è stato posticipato. La gran parte dei clinici ha posticipato le visite ai pazienti affetti da trombocitemia e policitemia, ma non ai malati di mielofibrosi. In accordo con i suggerimenti di enti internazionali, come l’American Society of Haematology (ASH), molte visite sono state convertite, dove possibile, in telemedicina.

La telemedicina è stata un grande aiuto, ma ha significato anche uno sforzo organizzativo e di disponibilità non indifferente da parte dei sanitari. Che ruolo ha avuto l’adozione della telemedicina e come hanno reagito a questa innovazione pazienti e familiari?

Mentre la telemedicina è stata utile nei pazienti con patologie già in trattamento e con malattia stabile, non è stata invece adottata in pazienti che iniziavano la terapia o in trattamento con inibitori di JAK2. Non tutti gli ospedali sono pronti per questo approccio e si sta pensando di implementare questa strategia nel futuro. Il 67% dei pazienti intervistati in una survey del gruppo GIMEMA si è detto pronto a incrementare i contatti per telefono o per e-mail per i pazienti affetti da patologie mieloproliferative. É però necessario risolvere in molti casi gli aspetti burocratici e legali e superare le barriere del mancato contatto tra medico e paziente.

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