ASH 2021, Linfomi: la ricerca italiana in prima linea

I LINFOMI: LA RICERCA ITALIANA PROTAGONISTA

Al congresso annuale 2021 dell’American Society of Hematology la ricerca italiana sui Linfomi ha avuto ampio spazio grazie a diversi studi che hanno presentato risultati Incoraggianti. Dalla necessità della terapia di mantenimento per garantire l’esito positivo del trattamento nel linfoma follicolare,alla valutazione di un approccio chemo-free per i pazienti anziani con linfoma aggressivo a cellule B, sono tante le novità che sono state analizzatee discusse dagli esperti. Vediamole assieme.

GLI STUDI PIù SIGNIFICATIVI PRESENTATI ALL'ASH 2021

Va segnalato anzitutto l’aggiornamento dei risultati dello studio FOLL12, un progetto di ampio respiro della Fondazione Italiana Linfomi, iniziato nell’ormai lontano 2012 e condotto con l’obiettivo di studiare e analizzare l’efficacia di una terapia adattata alla risposta nei pazienti con linfoma follicolare non precedentemente trattati che ricevevano una terapia di induzione standard. L’aggiornamento presentato, relativo a pazienti con prima diagnosi di linfoma follicolare, ha dimostrato la superiorità del trattamento di mantenimento standard con rituximab, dopo un trattamento iniziale con rituximab associato a chemioterapia, rispetto a un mantenimento adattato alla risposta al trattamento di prima linea. In sostanza, questo è il primo studio a confermare in maniera prospettica che il mantenimento è imprescindibile per garantire l’esito positivo del trattamento. Parallelamente sono stati riportati anche i risultati delle analisi biologiche previste dallo studio FOLL12, che hanno confermato come la malattia minima residua (MRD, ossia la persistenza dopo trattamento di cellule biologicamente alterate) si correli a un esito negativo del trattamento e alla probabilità di una sopravvivenza libera da progressione più breve.

Presentati anche i risultati finali dello studio osservazionale prospettico e multicentrico BRB, condotto in pazienti affetti da linfoma non Hodgkin linfoplasmocitico/macroglobulinemia di Waldenström alla prima recidiva, che prevedeva il trattamento con la combinazione bendamustina-rituximab-bortezomib (BRB) come seconda linea in pazienti con malattia di Waldenström che non hanno risposto o sono ricaduti dopo la terapia di prima linea: lo studio ha identificato il trattamento BRB come clinicamente e biologicamente efficace e ben tollerato.

Per i pazienti anziani con linfoma aggressivo a cellule B e fragili anche a causa di altre comorbilità, lo studio RERI ha indagato la possibilità di trattare anche pazienti che non riuscirebbero ad affrontare i trattamenti standard, dimostrando che un trattamento senza impiego di chemioterapia, basandosi sull’utilizzo di lenalidomide e rituximab, pur non avendo raggiunto l’attività antitumorale prevista, è stato efficace in una proporzione significativa di casi. Per il paziente anziano fragile viene dunque a prendere consistenza un approccio chemo-free, un’ipotesi praticabile che potrebbe presto condurre alla sperimentazione di combinazioni di altri farmaci biologici.

Significativi anche i risultati dello studio di fase 3 POLARIX sulla combinazione di polatuzumab vedotin con il regime immuno-chemioterapico rituximab e ciclofosfamide, doxorubicina e prednisone. Si tratta del primo trattamento in oltre vent’anni che dimostra significativi benefici clinici addizionali rispetto all’attuale standard di terapia – con una riduzione del rischio di progressione della patologia o morte del 27% – in pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B precedentemente non trattati, trasformando potenzialmente la prognosi della patologia.

Un’ultima citazione va ai dati che dimostrano come mosunetuzumab, farmaco utilizzato in pazienti con linfoma follicolare recidivante/refrattario, una forma di linfoma non Hodgkin indolente ma soggetta a plurime recidivesia in grado di indurre tassi di remissione completa elevati e risposte durature nel tempo. In particolare, lo studio registrativo di fase 1/2 Go29781 ha dimostrato che il farmaco induce risposte complete e durature che vengono mantenute per almeno 18 mesi in pazienti pesantemente pretrattati che hanno ricevuto almeno due precedenti trattamenti sistemici. Con un tasso di risposta completa pari al 60%, la durata di risposta mediana è risultata di 22,8 mesi e la sopravvivenza libera da progressione mediana di 17,9 mesi. L’evento avverso più frequente era la sindrome da rilascio citochinico, di grado lieve o moderato nella maggior parte dei casi.Complessivamente, le prospettive sembrano dunque rispondere concretamente a bisogni ancora insoddisfatti, cercando di offrire la possibilità di cambiare il decorso della malattia.

 

 

 

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