Vaccini anti Covid-19 e pazienti ematologici, cosa c'è da sapere

UNA PROTEZIONE SICURA ED EFFICACE CONTRO IL VIRUS. PER TUTTI.

Un recente studio condotto dalla Società Italiana di Ematologia e pubblicato su The Lancet Haematology, ha dimostrato che nei pazienti immunodepressi positivi al Covid-19 la mortalità è 2,4 volte superiore rispetto alla popolazione generale, provando la maggiore fragilità di questi soggetti di fronte all’infezione. È dunque fondamentale, oltre il rispetto delle norme di distanziamento sociale, fornire ai pazienti informazioni corrette e aggiornate sulla vaccinazione anti-Covid 19, uno strumento importante per la loro protezione dal virus.

Per rispondere ai dubbi e alle domande che ci avete inviato online e tramite i social, abbiamo intervistato il Dottor Paolo Fortunato D’Ancona, Medico epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità

I pazienti che seguono una terapia antitumorale, trapiantati o immuno-compromessi possono ricevere il vaccino anti Covid-19 o sono stati riscontrati rischi specifici?

I vaccini attualmente disponibili sono due, Pfizer e Moderna, e dal punto di vista tecnologico sono entrambe sintetici, non contengono cioè il virus attenuato ma un frammento di mRNA che, semplificando, fornisce le istruzioni per produrre una limitata quantità di proteina spike, utilizzata dal SARS-CoV2 per penetrare nelle cellule umane. Dopo l’iniezione, il nostro organismo decodifica le informazioni contenute nell’mRNA e inizia a produrre la proteina spike che il sistema immunitario impara a riconoscere, stimolando la produzione di anticorpi specifici. Questi, dopo la seconda dose di vaccino, saranno in grado di bloccare la penetrazione del virus agendo proprio sulla proteina che lo circonda come un involucro e che utilizza per entrare nelle cellule sane. Poiché, come spiegato, il vaccino non contiene il virus, esso può essere somministrato in totale sicurezza anche nei pazienti onco-ematologici, immunodepressi, in terapia o trapiantati.

Ad oggi non abbiamo però dati precisi sull’efficacia del farmaco in questi soggetti: la risposta immunitaria al vaccino potrebbe essere non ottimale poiché l’immunodeficienza genera di norma una risposta protettiva minore. In fondo è il motivo stesso per cui questi pazienti sono più a rischio di contrarre malattie infettive. Finché non avremo evidenze più chiare in merito, sarà quindi utile pensare ad eventuali strategie di vaccinazione dei caregivers e dei familiari per creare una sorta di bozzolo protettivo intorno al malato. Ovviamente questo approccio non è alternativo ma va associato alla vaccinazione del soggetto immunodepresso.

Ad oggi quali sono le controindicazioni per i vaccini in commercio?

Le uniche controindicazioni attualmente registrate sono le allergie di tipo anafilattico (cioè le reazioni allergiche di tale severità che mettono in pericolo la vita del paziente), ad una componente del vaccino, possibilità molto remota e che esiste sempre quando si somministra un farmaco, anche un semplice antibiotico. Per questo motivo, nei soggetti con precedenti esperienze di anafilassi, il vaccino deve essere somministrato in un contesto ospedaliero o in un presidio sanitario, perché il medico avrà sempre a disposizione il necessario per affrontare la reazione allergica.

Secondo il Piano vaccinale in atto, quando verranno somministrate la dosi ai soggetti immunocompromessi?

In questo momento il piano vaccinale è alla sua fase uno e, vista la fornitura limitata di dosi, è concentrato sulle priorità più strette: personale sanitario, anziani nelle RSA e over 80. Subito dopo, presumibilmente tra fine febbraio e inizio marzo, dovrebbe iniziare la fase due che prevede la somministrazione alle popolazioni più a rischio: i pazienti con co-morbità severa, quindi anche i pazienti onco-emeatologici e immunodepressi; gli over 70 e gli over 60 e il personale dei servizi essenziali (es. personale scolastico). Seguiranno poi una fase tre e una fase quattro per le persone considerate meno soggette a contrarre l’infezione e a sviluppare le forme più gravi della malattia.

Ovviamente l’andamento, anche temporale, di queste quattro fasi è fortemente influenzato dalle dosi prodotte. Al momento il numero è ancora limitato ma siamo fiduciosi perché Astrazeneca ha presentato da poco la domanda per l’immissione in commercio e in caso di approvazione la grande quantità di dosi a disposizione darebbe una spinta molto forte al piano nel suo complesso.

Quali vaccini verranno messi a disposizione del pubblico e c’è qualche differenza sostanziale tra loro, anche a livello di efficacia?

Le persone riceveranno mano a mano i vaccini che saranno disponibili, senza possibilità di scegliere un tipo piuttosto che un altro. I vaccini autorizzati hanno fornito prove di un’efficacia dopo la seconda dose del 95% e sono ottimi anche sotto il profilo della sicurezza. Esiste una differenza, ma riguarda le modalità di conservazione dei due farmaci. Le dosi Pfizer, ad esempio, debbono essere conservate a -70° e possono stare solo pochi giorni in determinate condizioni, si possono quindi somministrare più facilmente nei centri vaccinali fissi, dotati di attrezzature di stoccaggio conformi.  Moderna invece può stare in frigorifero anche 30 giorni, quindi è più facile somministrarlo anche in presidi mobili e in condizioni meno stabili. La cosa importante in questo momento è usare tutte le dosi possibili con criterio e soprattutto organizzare la logistica e lo stoccaggio in base alle caratteristiche che ho evidenziato.

Si parla spesso della velocità con la quale questi vaccini sono entrati in commercio e si teme che questa fretta possa aver influito sulla sicurezza dei farmaci. Qual è la sua opinione in merito?

La velocità è determinata dalla situazione che abbiamo intorno a noi: negli ultimi giorni abbiamo visto anche più di 600 morti al giorno, sono troppi. Posso assicurare, però, che anche in queste condizioni di urgenza non si è sacrificato nulla sul fronte sicurezza ed efficacia. Si è puntato piuttosto sull’accelerare il processo di approvazione e sul coordinare uno sforzo economico notevole da parte dei Paesi per garantire alle ditte produttrici personale qualificato e materiale di consumo. Al momento gli studi si sono focalizzati su una sorta di ‘pacchetto base’, vale dire sicurezza ed efficacia nella popolazione generale e mi ritengo molto soddisfatto degli sforzi e dei risultati ottenuti.

Ovviamente ci sono delle informazioni che ancora ci mancano, prima tra tutte la durata della risposta immunitaria indotta dal vaccino. Ad ora pensiamo che sia almeno un anno e questa durata è stata considerata accettabile per due ragioni: innanzi tutto le vaccinazioni dovrebbero abbassare sensibilmente la curva dei decessi e dei ricoveri, salvando tante vite e riducendo lo stress per le strutture sanitarie ormai allo stremo; grazie ai vaccini avremo poi guadagnato tempo, un anno intero, per affinare le valutazioni e raccogliere evidenze che ci permettano di riempire alcuni gap di conoscenza che attualmente ci sono.  Ripeto però che su efficacia e sicurezza non sono stati fatti sconti e bisogna avere fiducia nella ricerca e negli enti che vigilano sull’immissione in commercio.

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