Stanchezza e tumore: cosa funziona davvero?

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Cosa dice la ricerca?

Una grande analisi scientifica che ha messo insieme i risultati di oltre 100 studi clinici su più di 11.000 pazienti ha confrontato diversi approcci per ridurre la stanchezza (detta in gergo fatigue) legata al tumore e molto frequente nei pazienti ematologici.

Che cos'è la fatigue?

La fatigue legata al tumore è una forma di stanchezza diversa da quella “normale”. Non dipende solo dallo sforzo e non migliora completamente con il riposo.

Può manifestarsi come:

  • mancanza di energia;

  • difficoltà a concentrarsi;

  • senso di debolezza fisica;

  • affaticamento persistente anche dopo attività leggere.

È uno dei sintomi più comuni durante e dopo le terapie oncologiche e può influenzare la vita quotidiana, le relazioni e il benessere generale. Per questo è importante riconoscerla e affrontarla con strategie adeguate. Una delle condizioni che determina la fatigue è l’anemia; in questo caso è fondamentale che il paziente sia supportato a seconda dei casi con trasfusioni o eritropoietina, un farmaco che stimola la produzione di globuli rossi. Se l’anemia è significativa (ovvero valori di emoglobina <9,5 g/dL) e si è instaurata velocemente, l’esercizio fisico intenso è controindicato, ma è importante continuare a muoversi dolcemente riducendo la sedentarietà.

I ricercatori hanno analizzato quattro tipi di interventi.

  • Attività fisica

  • Supporto psicologico

  • Combinazione dei due

  • Trattamenti farmacologici

Il risultato? L’attività fisica e gli interventi psicologici sono i più efficaci, sia durante che dopo le terapie oncologiche. Al contrario, la maggior parte dei farmaci non ha mostrato benefici significativi, a eccezione del ginseng assunto durante la chemioterapia (in linea con quanto riportato dalle linee guida ASCO 2024).

Perché è una scoperta importante?

Quando si parla di stanchezza legata al tumore, è naturale pensare che serva “fermarsi e riposare”.

In realtà, le evidenze suggeriscono qualcosa di diverso: strategie attive, come l’attività fisica o lavorare sugli aspetti psicologici, possono aiutare di più.

Questo non significa ignorare la stanchezza, ma affrontarla in modo diverso, più mirato.

Perché il movimento aiuta?

L’attività fisica, anche leggera, può:

  • migliorare la resistenza e la forza;

  • ridurre la sensazione di affaticamento;

  • favorire il sonno;

  • migliorare l’umore.

Per iniziare è molto importante farsi seguire da un chinesiologo/trainer esperto. Nei pazienti affetti da fatigue, gli esercizi devono essere programmati con durata e intensità crescente nelle prime 12-16 settimane. Infatti, iniziare con un’attività troppo intensa è spesso fallimentare perché potrebbe fare desistere il paziente dal proseguire.

In conclusione, non serve fare sport intensi: anche attività dolci e adattatealle proprie condizioni possono fare la differenza, specialmente se guidate da un trainer.

E il supporto psicologico?

Interventi come il supporto psicologico o le tecniche cognitivo-comportamentali possono aiutare a:

  • gestire stress e ansia;

  • migliorare la qualità del sonno;

  • sviluppare strategie per affrontare la stanchezza.

Questi approcci si sono infatti dimostrati efficaci quanto l’attività fisica. Anzi, in alcuni casi, il supporto psicologico può agire in sinergia con l’esercizio fisico aumentandone l’efficacia e contribuendo a:

  • aumentare la motivazione;

  • stabilire obiettivi sostenibili;

fornire supporto nella gestione degli ostacoli lungo il percorso.

Non tutte le strategie funzionano allo stesso modo

Un dato interessante dello studio è che non tutti gli interventi hanno lo stesso impatto.

  • Attività fisica → tra le più efficaci

  • Supporto psicologico → risultati simili

  • Combinazione → utile, ma con risultati più variabili

  • Farmaci → beneficio più limitato

Inoltre, alcuni fattori possono influenzare i risultati, come il momento del percorso di cura o il tipo di intervento scelto.

Cosa significa per i pazienti?

Il messaggio che emerge è chiaro: la gestione della fatigue non passa dai farmaci, ma esistono strumenti concreti, accessibili e spesso già disponibili, che possono aiutare a stare meglio.

Anche piccoli cambiamenti, se guidati da professionisti, possono avere un impatto reale sulla qualità della vita.

In pratica: da dove iniziare?

In pratica: da dove iniziare

Se la stanchezza è un problema:

  • parlane con il tuo medico (ematologo/oncologo);

  • chiedi se puoi iniziare un’attività fisica adattata con l’aiuto di un trainer;

informati su eventuali percorsi di supporto psicologico.

Non esiste una soluzione unica valida per tutti, ma possono esistere strategie efficaci adatte a te.

Il messaggio finale

La stanchezza legata al tumore è una sfida reale, ma non è qualcosa da subire passivamente.
La ricerca ci dice che
restare attivi - nel corpo e nella mente - può fare la differenza.
E, soprattutto, che
non bisogna affrontarla da soli.

Fonte: Mustian KM, et al. JAMA Oncol. 2017 ;3(7) :961-968.

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