Il giorno in cui ho scelto di restare

    Una vita ad aiutare gli altri come OSS, fino a che non arriva una diagnosi di Linfoma a travolgerti come un treno in corsa. Ma il fuoco della voglia di farcela non si spegne così facilmente per Michelangelo.

    La storia di Michelangelo

    Per vent’anni ho indossato una divisa. Come Operatore Socio-Sanitario la mia quotidianità era fatta di gesti di cura, di sguardi di conforto, di corsie d’ospedale percorse a passo svelto per aiutare gli altri. Conoscevo la malattia, sì, ma la guardavo dagli occhi di chi assiste. Poi, all'improvviso, il sipario è calato e la prospettiva si è ribaltata. ​Un giorno qualunque, un sintomo improvviso, e la diagnosi che ti travolge come un treno in corsa: Linfoma primitivo del mediastino a grandi cellule di tipo B. Una tempesta che è comparsa dal nulla e che, in un attimo, ha stravolto, frantumato e azzerato la mia vita.

    Da quel momento, niente è stato più lo stesso. La mia esistenza è stata letteralmente scippata: ​Il lavoro spezzato: Quella routine faticosa ma gratificante, che per vent'anni è stata la mia identità, si è fermata di colpo. ​La distanza più dolorosa: Essere strappato ai miei figli, non poter vivere la loro quotidianità, i loro sorrisi, i loro bisogni. Questa è la ferita che brucia più di ogni farmaco. ​L'esilio dalla mia terra: Da quasi un anno la mia vita si consuma dentro le stanze degli ospedali. Prima i tentativi nella mia Puglia, e ora qui, in Lombardia, all'Humanitas, inseguendo una svolta. ​Questo anno è stato un cammino al buio.

    Quando una cura non funziona, non è solo il corpo a cedere, è l'anima che incassa un colpo durissimo. Ti ritrovi a fare i conti con la paura: quella profonda, che ti stringe il petto la notte, che ti fa chiedere perché sia successo proprio a te, che ti fa temere il futuro. ​Ma accanto a quella paura, anche se ferita, c'è la speranza. È un'altalena estenuante, un giorno sei su e il giorno dopo si precipita, ma non si ferma. Ogni nuovo protocollo, ogni nuovo medico è una fessura da cui far entrare la luce.

    Mi chiamo Michelangelo, ho 44 anni, e non ho ancora finito di scrivere la mia storia. ​Nonostante i fallimenti terapeutici, nonostante la nostalgia lacerante per i miei figli e la mia vita di prima, dentro di me c'è un fuoco che questa malattia non è riuscita a spegnere: la maledetta voglia di farcela. ​Ho passato vent'anni ad aiutare gli altri a lottare; ora tocca a me. Voglio riprendere in mano la mia vita, voglio tornare a essere il padre che i miei figli aspettano, voglio indossare di nuovo quella divisa e tornare a respirare la normalità. Sono qui, all'Humanitas, pronto a combattere ancora. Perché la vita mi aspetta, e io ho tutta l'intenzione di tornare da lei.

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