Pausa, non fine: la storia di Lorenzo

    A 19 anni avevo tutta la vita davanti, poi è arrivata una diagnosi a cambiare ogni cosa. Cinque anni di cure, due trapianti e una sorella che mi ha donato molto più del suo midollo. Oggi, dieci anni dopo, sono tornato a giocare a basket e ho capito che la vita non va data mai per scontata.

    La storia di Lorenzo tra ricerca e speranza

    Ciao, sono Lorenzo e questa è la mia storia.

    Avevo 19 anni e stavo per iniziare l’università, con la spensieratezza e le ambizioni comuni a molti ragazzi di quell’età. Improvvisamente, dei linfonodi ingrossati alla base del collo mi portarono a fare una serie di accertamenti, fino a ricevere la diagnosi di un linfoma di Hodgkin. Non sapevo cosa fosse una malattia ematologica e tanto meno cosa mi avrebbe aspettato nei mesi successivi.

    Iniziai a capirlo ben presto, quando la mia vita e quella delle persone che mi stavano vicino fu stravolta. Tra visite, analisi, ricoveri, sedute di chemioterapia e radioterapia, l'ospedale diventò la mia seconda casa. I capelli iniziarono a cadere e il fisico era sempre più debilitato. Non potevo frequentare l'università, praticare sport e fare molte delle cose che facevano i miei coetanei. Fui costretto a cambiare abitudini e priorità, mettendo letteralmente in pausa la mia vita.

    Il percorso di cura si rivelò particolarmente lungo e difficile: durò quasi 5 anni, nei quali dovetti cambiare diversi protocolli terapeutici e affrontare due trapianti di CSE, di cui il secondo con il fondamentale contributo di mia sorella. Fortunatamente, è poi arrivata la notizia più attesa e, in certi momenti, insperata: la remissione. Da quel momento ho potuto riprendere in mano la mia vita, iniziando a raggiungere alcuni degli obiettivi che mi ero posto durante i giorni più difficili della malattia, con la consapevolezza di non dare mai nulla per scontato e di vivere a pieno ogni momento.

    Oggi, a dieci anni di distanza dalla diagnosi, se ripenso a quei momenti, devo ringraziare i miei familiari e le persone che mi sono state vicino, i medici e gli infermieri per la loro umanità, la ricerca, che mi ha offerto diverse opzioni di cura, e la passione per la pallacanestro, che mi ha dato lo stimolo ad andare avanti.

    Infine, vorrei lasciare un messaggio a chi si trova ad affrontare questo percorso, soprattutto ai più giovani. Non sarà semplice, non sarà giusto, ci saranno momenti di sconforto e di paura, in cui vi chiederete perché è capitato proprio a voi. Ma soprattutto nei giorni più bui, è importante affrontare con coraggio ogni ostacolo e porsi degli obiettivi per continuare a sognare un futuro al di là della malattia.