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Sono nato dopo mio figlio

Il cancro arriva e tu non te lo aspetti. A me è successo quando avevo 38 anni, una vita che mi piaceva, in un posto che mi piace, Milano.

Era il 2004, mi tocco in testa e sento un bozzo, tocca il neurochirurgo e mi manda a fare una tac di urgenza. Da quel momento sono entrato in un'altra dimensione, sconosciuta e terrificante al tempo stesso.

Si pensava a un tumore al cervello, e invece l'intervento andò bene (era un problema della teca cranica), ma il vetrino e l'esame istologico non lasciarono alcuna fessura all'ottimismo: Mieloma, un neoplasia del sangue.

In pochi ne sapevano qualcosa, una malattia che era come una condanna. Internet dava risposte generiche, di cui però abbiamo imparato a fidarci poco. Semmai cercavamo storie e testimonianze, ma ce ne erano poche, perché pochi sopravvivevano.

Milano mi ha aiutato, la mia città è un luogo in cui ci sono centri di eccellenza per la cura di questa malattia.

La mia famiglia mi è sempre stata vicina, così, piccolo passo dopo piccolo passo, sono arrivato in ospedale. Da quel momento la mia vita è cambiata ancora una volta.

La diagnosi, dopo il giro completo di esami, diceva Mieloma al III stadio, il più grave.

La fortuna mi ha assistito, ho trovato dei medici strepitosi. Uno di loro per me è diventato come un fratello: c'era il primo giorno nel 2005 e c'era anche durante l’ultimo controllo nel 2018.

Alle prime terapie non ho risposto e "dalla carabina siamo passati al bazooka", come mi dissero a uno dei controlli.

Mi prospettarono un percorso di cura di tre anni che prevedeva due autotrapianti e un trapianto allogenico da donatore non consanguineo. Era prevista molta chemio che ha come effetto collaterale, l'infertilità.

Feci così la conservazione del seme e provai a cercare di avere un figlio con metodi naturali nell'unica settimana che avevo prima della chemio.

Qualche settimana dopo, il test di gravidanza diceva che stava arrivando qualcuno nella nostra vita!

Negli stessi giorni iniziava la distribuzione in Italia del Velcade, il farmaco che ha cambiato la storia della malattia. Io l'ho avuto come trattamento di prima di linea, anche se non si poteva, perché era previsto solo per coloro che avevano una recidiva. In seguito hanno iniziato a darlo a tutti.

Il mondo accelerava sotto i miei piedi, mia moglie col pancione, il donatore da cercare, la preparazione al primo autotrapianto, tutto in sequenza.

Ero finalmente in remissione, avrei dovuto fare il secondo autotrapianto dopo qualche mese, nel frattempo nacque mio figlio (il giorno più bello della mia vita fino a quel momento) poi c'è stato il trapianto allogenico e la remissione duratura che mi ha consentito di vivere con lui, di accompagnarlo al primo giorno di scuola.

Questa esperienza mi ha insegnato molto sulla vita e sulla sua importanza. La forza, gli affetti, i medici bravi e la fortuna sono le componenti che mi hanno aiutato allora, quando ero in difficoltà e oggi che posso raccontare tutto questo.

Il cancro insegna che, purtroppo, non sempre c'è il lieto fine. E lascia i suoi segni.

I malati condividono un'esperienza talmente intensa da avvicinarsi alla fratellanza.

Oggi tutto ha un altro sapore e il sentimento che mi accompagna è quello della gratitudine per chi mi è stato vicino. Grazie ai medici, agli infermieri, ai miei cari, alla mia donatrice, alle associazioni che lottano per la ricerca.

Ci sono tre cose da fare contro il cancro: donare, donare, donare per la ricerca.

Finisco con una citazione di Bob Marley: "Don’t give up the fight ✊ "

Un abbraccio a tutti i fratelli che stanno lottando.

Marco

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