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La storia di Fabrizia, una battaglia lunga 18 anni

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Mi hanno presentato il Linfoma di Hodgkin quando avevo solo 12 anni. Non ero mai stata in ospedale prima di quella febbre di agosto che non andava via. Ero sempre stanca, non avevo più voglia di andare al mare. Mia mamma era scrupolosa e non ci vide chiaro. Mi costrinse a delle analisi del sangue che fecero emergere una situazione poco rassicurante. Il mio pediatra, che porterò sempre in un angolo speciale del mio cuore, fù categorico con mio padre: la bambina domani deve essere a Roma dal professor Mandelli, non c’è tempo. Nei miei occhi, la paura ingenua di chi non sapeva cosa stesse per accadere, negli occhi di mio padre e mia madre il tentativo di spiegare piccole verità alla loro bambina cercando di trasmettere un disperato senso di rassicurazione.

Dal 2002 via Benevento è diventata il mio porto sicuro, la mia seconda casa. L’equipe di Mandelli mi ha presa sotto l’ala e mi ha salvato la vita. Non una, non due ma ben tre volte. Ho visto scorrere tanti bravi medici, professionisti molto preparati e soprattutto umani. Per loro e per il team di infermieri i miei ringraziamenti non avranno fine. In ultimo, e vi assicuro non per ordine di importanza, la dottoressa Annamaria Testi, cui devo tutto. Capitano d’eccellenza di tutte le lotte dei suoi pazienti e dei loro genitori, anni e anni di reparto, di telefono e scrivania per semplificare procedure burocratiche, giorno e notte per reperire terapie salvavita, per studiare i piani di cura più efficaci.

Aghi. Flebo. Prelievi di midollo. Biopsie. Sale operatorie. Chemioterapie. Radioterapie. Anticorpi, nausee e tante beghe su cui non mi dilungo. Sono arrivate le recidive quando pensavo che tutto fosse finito. Ho trovato occhi di professionisti increduli davanti a quello che stava accadendo: è ricominciata la guerra. Ho provato a raccontare e condividere la mia esperienza senza nascondermi, tramite la grande vetrina dei social. Ho ascoltato tante storie che mi hanno regalato forza e coraggio. Ma il male fisico, quello non lo puoi fotografare. La quotidianità della malattia è difficile da spiegare. Tante volte questi “ultimi” ventidue mesi mi sono sembrati un tunnel infinito ma quel che è certo è che in tutte le mie “esperienze” non ho mai pensato di mollare. Mai.

Ho imparato a guardare, organizzare, un giorno per volta. Ho fatto i conti con tutti i cambiamenti che si sono susseguiti da diciotto anni a questa parte. Ho trovato un uomo, innamorato, forte, determinato, coraggioso, che non è scappato. Abbiamo dato vita ad un blog di cucina, seguito passioni e realizzato sogni. Fabrigreco.it è figlio di chi conosce bene il valore del tempo, di chi la vita la mangia a morsi. Insieme stiamo costruendo tanto e bene.Tra un impedimento e l’altro, una cura e l’altra, un malessere e l’altro, ho trovato la mia persona. E a chi oggi si trova ai piedi del monte voglio urlare di non guardare in cima. Sembrerà solo una meta irraggiungibile. Raccogliete le energie, iniziate il vostro cammino e circondatevi dell’affetto di fratelli e sorelle, fidanzate e fidanzati, mogli e mariti, figli, amici e genitori. Sarete circondati da amore incondizionato ma dovete sapere anche che sarete perdutamente soli perché il dolore sarà vostro, la paura sarà vostra.

Non badate a quanto tempo ci vorrà, a quanti massi incontrerete lungo la strada, gli imprevisti, le cadute. Circondatevi di persone positive e intelligenti, sì, intelligenti, perché stare accanto a chi combatte non è da tutti. Spesso troverete elementi inopportuni, indelicati e fuori luogo. Allontanateli e non distraetevi, non sprecate fiato perché non vi è concesso. Quando sarete sul punto di crollare fermatevi, piangete, sfogatevi poi chiedetevi perché state sopportando tutto questo. La risposta è semplice: per la vita varrà sempre la pena di lottare, a qualsiasi coso e senza tregua. Quindi riprendete il cammino, gambe in spalla e salite un po’ più sù. Ritroverete il sole anche voi come me in questo 09.09.2020. E sarà bellissimo.

Fabrizia
Eppure io sto bene, voglio continuare la mia vita da sportivo anche se i globuli bianchi aumentano sono a 50.000. Io decido di tenere su tutti i fronti, come dice il mio ematologo. Continuano i controlli e i globuli bianchi arrivano a 150.000, è ora di intervenire. Io però non voglio arrendermi, faccio l'ultima Milano/Sanremo con linfonodi al collo e sotto le ascelle grossi come nocciole. 
Partono sei mesi di anticorpi monoclonali e chemio, ma durante la terapia non mollo, d'inverno monto sulla bicicletta sui rulli e pedalo tutti i giorni per 30/45 minuti. Quando arrivano le belle giornate prendo la mia bicicletta e pedalo per un’ora. Il mio ematologo si arrabbia ma io sto bene così. 
Dopo due mesi di terapie ho ripreso ad andare in bicicletta come se niente fosse successo. Oggi, nel 2019, mi presto a fare un viaggio in bicicletta di 2.200 km. Per questo voglio dire grazie a chi mi ha curato e soprattutto alla ricerca.
Walter
 
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