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Combattere un Linfoma nel mezzo della pandemia

 Linfoma di hodgkin

Arriva così, senza preavviso e senza invito e ti sconvolge la vita. Ecco, è proprio così che arriva un tumore. E tu non puoi far altro che farci i conti, ti rimbocchi le maniche e inizi a lottare. Dopo una prima fase di smarrimento, di sconforto e di paura arriva la fase dell’accettazione, ti poni mille domande alle quali non saprai mai dare una risposta, poi le accantoni, asciughi le lacrime e decidi che vale la pena combattere perché hai una vita davanti, molti progetti e sogni da realizzare e tanta, tanta voglia di vivere.

Mi chiamo Mariangela, ho 29 anni e a luglio 2020 ho scoperto di essere affetta dal Linfoma di Hodgkin. È una forma di tumore maligno del sistema linfatico, ovvero di quell’apparato costituito da cellule e tessuti che si occupano della difesa dell’organismo dagli agenti esterni e dalle malattie. È stato difficile per me accettare tutto questo, inutile descrivere le sensazioni provate in questi mesi pieni di paura e di ansia. Mesi fatti di visite, chemio, aghi, port, pet, tac, cuffie fredde e tanti tamponi. Eh sì, perché ci vuole una certa abilità a scoprire di avere un tumore nel bel mezzo di una pandemia mondiale! E così alle difficoltà portate dalla malattia si aggiungono quelle portate dalla pandemia…connubio perfetto!

Il virus ci ha privati dei mezzi più preziosi che a mio avviso costituiscono l’aiuto più efficace e concreto per una persona che lotta contro un tumore e cioè degli abbracci, dei baci, della vicinanza fisica delle persone a noi care. Nonostante questo, io ho percepito tutto l’amore e l’affetto non solo della mia FAMIGLIA, sempre presente e preziosa, ma anche dei miei splendidi amici, amori unici, parenti e conoscenti che mi hanno supportata in tutti i modi possibili e inimmaginabili. Ho avuto vicino persone formidabili… Non smetterò mai di ringraziarli abbastanza!

La malattia ti cambia, non solo fisicamente, il cambiamento vero e proprio è interiore…cambia il modo di vedere le cose e ti ricorda costantemente di dare il giusto peso ad ogni situazione, parola o problema. Non dimenticherò mai le parole del mio ematologo quando mi comunicò il referto della biopsia, mi disse: “Mariangela, tra le tante cose brutte che ti potevano succedere, ti è capitata la meno peggio…se dovessi scegliere quale tumore avere, sceglierei questo!”. In quel momento non compresi quelle parole, non le accettavo e continuavo a chiedermi perché. Poteva essere anche il male minore, ma perché dovevo affrontarlo proprio io in quel momento? Quella frase mi tornava in mente sempre fino al giorno in cui decisi di farla mia.

Sì, perché più ci riflettevo e più capivo che non c’era niente di più vero e più frequentavo l’ospedale più me ne rendevo conto. C’è tanta gente che lotta contro malattie molto più gravi e/o addirittura inguaribili, invece io ho avuto la fortuna di dover fare i conti con il Signor Hodgkin curabile nell’85 % dei casi. E del perché proprio a me? Sono riuscita a trovare presto una risposta… si dice che Dio manda le battaglie più difficili ai soldati migliori. Beh, io ci credo. Non che io sia migliore di altri ma credo di avere avuto, ed ho ancora, abbastanza forza per lottare. Non so ancora se vincerò la guerra e non nascondo che quel restante 15 % mi preoccupa sempre molto.

 

Ma ho tanta fiducia nella ricerca grazie alla quale è possibile curare ciò che qualche decennio fa era considerato incurabile ed è per questo che continuo a lottare e a vivere la mia malattia nella consapevolezza di avere ottime possibilità per una totale guarigione. Oltre a tutto questo sono convinta che ci vuole sempre un pizzico di fortuna e l’aiuto di Dio. L’AIL ci ricorda che le testimonianze di noi pazienti sono come donazioni. Donazioni di speranza. E la speranza genera vita. Questa è la mia storia di speranza.

Mariangela

 
Eppure io sto bene, voglio continuare la mia vita da sportivo anche se i globuli bianchi aumentano sono a 50.000. Io decido di tenere su tutti i fronti, come dice il mio ematologo. Continuano i controlli e i globuli bianchi arrivano a 150.000, è ora di intervenire. Io però non voglio arrendermi, faccio l'ultima Milano/Sanremo con linfonodi al collo e sotto le ascelle grossi come nocciole. 
Partono sei mesi di anticorpi monoclonali e chemio, ma durante la terapia non mollo, d'inverno monto sulla bicicletta sui rulli e pedalo tutti i giorni per 30/45 minuti. Quando arrivano le belle giornate prendo la mia bicicletta e pedalo per un’ora. Il mio ematologo si arrabbia ma io sto bene così. 
Dopo due mesi di terapie ho ripreso ad andare in bicicletta come se niente fosse successo. Oggi, nel 2019, mi presto a fare un viaggio in bicicletta di 2.200 km. Per questo voglio dire grazie a chi mi ha curato e soprattutto alla ricerca.
Walter
 
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