Patologie e Terapie

Intervista realizzata in occasione della presentazione della XI Giornata Nazionale contro leucemie, linfomi e mieloma

Giugno 2016

Fabrizio Pane
Professore ordinario di Ematologia e Direttore U.O. Ematologia e Trapianti, A.O.U “Federico II”, Napoli
Presidente SIE - Società Italiana di Ematologia

 

Si è appena svolto il Congresso annuale dell’European Hematology Association a Copenhagen: quali sono le novità più importanti emerse da questo Congresso? Che ruolo ha avuto l’Ematologia italiana?

ehaIl Congresso dell’European Hematology Association si conferma uno degli appuntamenti più interessanti dell’Ematologia mondiale con quasi 14.000 partecipanti e circa 2.500 comunicazioni presentate.

Uno dei temi dominanti è stata l’immunoterapia applicata al trattamento di diverse malattie ematologiche. Si è parlato dei nuovi anticorpi monoclonali che a breve andranno ad impattare non solo sulle future sperimentazioni cliniche ma anche sulla comune pratica clinica ematologica, grazie ai loro meccanismi d’azione innovativi. In particolare, alcuni di questi nuovi anticorpi monoclonali legano una molecola di chemioterapico e svolgono dunque la loro azione terapeutica veicolando direttamente il farmaco alle cellule bersaglio contro cui sono diretti, svolgendo un’azione citotossica “potenziata” e riducendo la tossicità per i tessuti normali. Molecole di questo tipo stanno mostrando un’elevata efficacia nel trattamento del linfoma di Hodgkin, del linfoma non Hodgkin anaplastico e dei linfomi non Hodgkin a cellule T periferiche, detti anche PTCL, e un’attività clinica nella leucemia linfoblastica acuta, una patologia neoplastica fino a oggi orfana di opzioni terapeutiche valide.

Agli anticorpi monoclonali coniugati si è aggiunta poi un’altra classe di anticorpi sperimentati con successo nel trattamento del Mieloma Multiplo, progettati per indirizzare la risposta immunitaria dell’organismo verso le plasmacellule maligne attraverso diversi meccanismi d’azione: ad esempio legando un antigene di superficie delle plasmacellule chiamato CD38 e bloccando la capacità delle plasmacellule stesse di rendersi invisibili al sistema immunitario tramite questa molecola; oppure rendendo le plasmacellule maligne aggredibili da uno specifico gruppo di cellule immunitarie effettrici, chiamate natural killer.

Molto interessante e promettente è, infine, un’altra classe di anticorpi monoclonali che agisce “risvegliando” il sistema immunitario e impedendo alla cellula maligna di creare una tolleranza del sistema immunitario verso se stessa. Questi farmaci hanno già dimostrato una elevata efficacia nel linfoma di Hodgkin, e sperimentazioni su altri tipi di linfoma sono attualmente in corso.

Naturalmente al Congresso EHA si è parlato anche di altri nuovi farmaci, come per esempio i nuovi inibitori che agiscono sull’attivazione delle cellule linfoidi, in particolare quelli di tipo B, in grado di bloccare i segnali di uno specifico recettore, vitale per queste cellule, chiamato BCR. Queste molecole si stanno rivelando estremamente promettenti nel trattamento di alcune malattie come la leucemia linfatica cronica o i linfomi indolenti, come quello follicolare, e per due di questi farmaci abbiamo già diverse evidenze promettenti.

ASHIn tutto questo fiorire di nuovi farmaci e nuove molecole, l’ematologia italiana come sempre ha avuto un ruolo da protagonista, insieme agli ematologi tedeschi, contribuendo con un notevole numero di pubblicazioni e un ruolo di autorevolezza che sono riconosciuti e confermati anche quest’anno grazie allo scambio di idee, progetti e professionalità che abbiamo in corso con la Società Americana di Ematologia, ASH

Uno dei casi di maggiore successo nella ricerca sulle malattie del sangue è rappresentato dal trattamento della Leucemia Mieloide Cronica dove vengono ormai ottenute percentuali elevatissime di sopravvivenza per quasi tutti i pazienti: quali sono le evidenze più aggiornate?

La Leucemia Mieloide Cronica è stata la prima patologia del sangue per la quale sono stati sviluppati farmaci mirati al bersaglio molecolare (BCR/ABL) responsabile della patologia ed hanno rappresentato negli ultimi 15 anni una vera e propria rivoluzione. Gran parte degli studi clinici di Fase II e di Fase III condotti in questo ultimo decennio ha dimostrato che gli inibitori della tirosin-chinasi sono in grado di indurre significative e persistenti risposte di malattia in oltre il 90% dei pazienti con una riduzione della massa neoplastica simile a quella che si otteneva con il trapianto di midollo osseo allogenico. Inoltre, il numero di pazienti in monitoraggio che interrompono il trattamento, poiché in remissione molecolare profonda di malattia, continua ad aumentare, così come si allunga il tempo di osservazione dei pazienti che hanno interrotto la terapia senza recidivare.

È chiaro che non tutti questi pazienti possono definirsi definitivamente guariti. Sono necessarie ulteriori conferme che si otterranno proseguendo l’osservazione dei pazienti e gli studi nei prossimi anni. È importante sottolineare, inoltre, che chi non assume più il farmaco inibitore di tirosin chinasi deve continuare a sottoporsi a controlli periodici almeno una volta al mese: ma tutto questo non diminuisce la straordinaria portata della possibilità di interrompere il trattamento senza trapianto di midollo osseo, ipotesi inimmaginabile fino a dieci anni fa. Le ricadute sono ovviamente importantissime sia in termini di qualità di vita ed effetti psicologici per i pazienti sia in termini di risparmio per il nostro Sistema sanitario sempre più colpito da tagli alla spesa pubblica.

Quali sono le nuove sfide per la qualità di vita dei pazienti con Leucemia Mieloide Cronica? 

La sfida più importante è personalizzare il più possibile il trattamento, che significa garantire una Risposta Molecolare Profonda e continuativa e gestire al meglio gli effetti collaterali.

Oggi per la cura della LMC abbiamo a disposizione ben cinque farmaci, tutti appartenenti al gruppo degli inibitori della tirosin-chinasi: uno di prima generazione (imatinib), tre di seconda generazione (nilotinib, dasatinib, bosutinib) e uno di terza generazione (ponatinib).

Per fortuna questi farmaci hanno una bassa tossicità incrociata e sono efficaci, seppure con caratteristiche differenti, quando utilizzati in sequenza in caso di fallimento terapeutico del farmaco utilizzato in prima linea.

La sfida principale è quindi quella di scegliere e identificare tra questi cinque, il farmaco d’elezione per uno specifico paziente; la seconda sfida, strettamente collegata alla prima, è quella di scegliere un farmaco in grado di preservare al meglio la qualità di vita del paziente.

0
0
0
s2sdefault