Leucemia a cellule capellute

Foto hairy Cell Leukemia

GENERALITÀ

La leucemia a cellule capellute (hairy cell leukemia [HCL], o tricoleucemia) prende il nome dall’aspetto delle cellule osservate al microscopio ottico. Numerose protuberanze citoplasmatiche, ossia del materiale interno della cellula, si svolgono come sottili filamenti che, nel complesso, ricordano dei capelli.

La malattia è caratterizzata da una proliferazione anomala di cellule linfoidi di tipo B ad andamento cronico, che si associa al calo dei valori del sangue, nello specifico riduzione del numero di neutrofili e del numero piastrine circolanti anche severa, anemi, e ingrossamento della milza (“splenomegalia”). Nel tempo, se non trattata, la HCL tende ad aggravarsi, soprattutto per il rischio di infezioni ricorrenti.

Le cellule linfoidi di tipo B coinvolte presentano una serie di mutazioni che si osservano anche nella leucemia linfatica cronica, ma per la quasi totalità dei casi è stata identificata una mutazione caratteristica ritenuta responsabile della malattia, che coinvolge il gene BRAF. La mutazione che colpisce il gene BRAF è responsabile dell’aumento della proliferazione cellulare.

INCIDENZA

La HCL è una malattia rara, con un’incidenza stimata di meno di 1 caso ogni 100.000 persone. È molto più frequente negli uomini, con un rapporto di 4 o 5:1 rispetto alle donne.

DIAGNOSI

L’età media alla diagnosi è di circa 50 anni e, come in molte altre malattie ematologiche, si arriva all’ematologo a seguito di valori anomali riscontrati nel corso di analisi di routine, in particolare per anemia e/o diminuzione del numero di globuli bianchi (leucopenia).

Altri sintomi che possono essere presenti alla diagnosi sono l’ingrossamento della milza, che può provocare disturbi in tutta la zona addominale a causa della compressione degli organi circostanti, e la comparsa di febbri ricorrenti che non rispondono ai trattamenti con antibiotici. È possibile che vi sia anche una diminuzione del numero di piastrine (piastrinopenia) e che quindi compaiano sintomi di tipo emorragico.

La diagnosi viene sospettata dall’aspetto tipico delle cellule linfocitarie anomale nel sangue, con le tipiche protuberanze del citoplasma e supportato dall’analisi immunofenotipica delle cellule, che presentano un profilo caratteristico. La diagnosi viene poi confermata dalla biopsia osteomidollare, che mostra un diffuso infiltrato delle cellule di HCL.

PROGNOSI E FATTORI PROGNOSTICI

La prognosi della malattia è stata rivoluzionata negli ultimi vent’anni del secolo scorso con l’avvento degli attuali farmaci, che risultano essere particolarmente efficaci tenere l’HCL sotto controllo per periodi molto prolungati.

TERAPIA

Gran parte dei pazienti ha necessità di un trattamento fin dalla diagnosi. La terapia di prima linea consiste in un ciclo di chemioterapia, con farmaci come la cladribinia o la pentostatina.

L’anticorpo monoclonale anti-CD20 rituximab si è dimostrato efficace, ed è spesso utilizzato – da solo o con chemioterapia – nei pazienti che ricadono.

Nei pazienti che presentano infezioni gravi, a volte viene scelto inizialmente l’interferone, perché associato un rischio minore di tossicità ematologica rispetto alla chemioterapia.

PARTICOLARITÀ

Esiste una variante della malattia definita HCL variante. Tale forma di malattia, pur somigliando alla HCL classica, non presenta la mutazione BRAF ed è meno responsiva ai farmaci solitamente utilizzati nella forma classica.

RICERCHE FUTURE

Sono in corso ricerche che utilizzano nuovi anticorpi monoclonali e soprattutto inibitori di BRAF, il gene responsabile della malattia. Recentemente sono emersi dati incoraggianti con uno di tali inibitori, il vemurafenib, usato da solo o in combinazione con rituximab; in Italia non è però ancora approvato.

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