Lasciate sempre uno spazio aperto al futuro
A dodici anni ho conservato un capello lungo, senza sapere se avrei mai visto la fine della tempesta. Era una piccolissima domanda affidata al futuro. Oggi la vita che sto costruendo è la risposta più bella.
Era il 2009. Avevo dodici anni e la sensazione bellissima che il mondo stesse finalmente aspettando me. La terza media, la scelta del liceo, le prime avventure e i primi grandi sogni. Ero una ragazzina piena di vita, con tanta voglia di crescere e scoprire il mondo. Poi, improvvisamente, il mio corpo ha iniziato a tradirmi. La febbre che non passava mai, le notti trascorse zuppa di sudore, le forze che andavano via. Poi le diagnosi sbagliate e gli antibiotici inefficaci.
Ma mia madre sapeva. Sentiva dentro di sé che qualcosa non andava e non si è mai arresa, nemmeno quando le dicevano che si preoccupava troppo. È stata la sua ostinazione d'amore a portarmi da chi avrebbe finalmente capito. Non dimenticherò mai il giorno in cui tornò a casa dopo aver parlato con l’ematologo. Aveva il viso spento. Poco dopo, lei e papà si chiusero in salotto. Quando riaprirono quella porta, la mia infanzia si fermò. Io capii, ma loro non mi hanno mai fatto sentire il peso di quello che stava accadendo.
Ci ritrovammo al reparto di oncologia pediatrica. Arrivarono i macchinari giganti, i prelievi del midollo, l’intervento chirurgico. E infine quelle parole che non meriti mai di sentire: linfoma di Hodgkin, stadio IIIBS. Mio padre era all’estero per una missione, i miei fratelli erano lontani. In quel tunnel buio eravamo io e mia mamma. Soltanto noi due.
Mamma non mi ha mai lasciata sola, nemmeno per un secondo. E faceva una cosa che ancora oggi mi resta nel cuore: non usava mai il singolare. Non diceva «oggi devi fare la chemio». Diceva sempre: «Andiamo». «Andiamo a fare gli esami». «Andiamo a fare la terapia». Entrava con me nella sala della TAC, indossando il camice di piombo pur di restarmi accanto. Si caricava addosso la mia paura per darmi un po' della sua forza.
Qualche giorno dopo la prima chemioterapia, ho trovato i capelli sul cuscino. Per una ragazzina che si affaccia all’adolescenza, vedere il proprio corpo cambiare senza poterlo fermare è una ferita profonda. Mamma mi disse: «Dani, andiamo a rasarli, così non ti danno fastidio… ma prima conserviamone uno lungo». Tornai a casa senza capelli, ma con quel singolo capello tra le dita. Durante i mesi più duri, tra le nausee, le allergie ai farmaci e molta stanchezza, lo guardavo. Era il mio filo di seta con la mia vita di prima. Mi chiedevo se sarei mai tornata a essere me stessa, se sarei riuscita a riconoscermi di nuovo. Sono stati mesi di chemioterapia, seguiti dalla radioterapia. In quel reparto ho conosciuto compagni di strada con cui ho condiviso momenti indimenticabili. Accanto a noi c’erano medici, infermieri, volontari e insegnanti.
Io volevo vivere senza perdere il contatto con la mia vita. Così ho sostenuto l’esame di terza media a scuola, con la parrucca, la mascherina, tanta stanchezza... e soltanto poche ore dopo ero di nuovo in ospedale a fare la chemioterapia. Presi nove e mi iscrissi al liceo scientifico. A settembre 2010 tornai in classe con pochi capelli, il viso gonfio per il cortisone e ancora tanta debolezza.
Non è stato facile ricominciare e ho ingoiato anche gli sguardi ferenti di chi non capiva. Ma la voglia di futuro era più forte di tutto. Volevo studiare e fare progetti. Piano piano, sono arrivate nuove amicizie, il primo fidanzatino e tutte quelle esperienze che, durante la malattia, avevo temuto di non poter vivere. La vita ha ripreso spazio! Oggi sono trascorsi sedici anni dalla fine delle cure. Sto bene. Mi sono laureata, lavoro, mi sono sposata e mi commuovo a pensare a quanta strada ho fatto.
Sono grata a chi mi ha curata, a chi mi è stato vicino e alle persone che ho incontrato in ospedale. E sono infinitamente grata a mia madre, che non ha mai smesso di cercare risposte e di dire «andiamo», prendendosi sempre tutto il mio dolore e le mie paure. A chi sta vivendo tutto questo oggi, o è accanto a una persona che ama, non voglio rivolgere parole di circostanza.
So che cosa significa trovarsi dentro quel buio, ma non smettete mai di immaginarvi nel domani. Abbiate cura della vostra speranza, tenetela stretta anche quando vacilla. Provate sempre a lasciare uno spazio aperto al futuro, anche quando sembra difficile immaginarlo. Perché oltre la malattia possono esserci ancora sogni da realizzare, traguardi da raggiungere, momenti di felicità e una vita da vivere.
La malattia mi ha segnata profondamente, lasciando cicatrici che porto ancora dentro, ma non ha potuto decidere chi sarei diventata. A dodici anni conservai quel capello lungo, senza sapere se avrei mai visto la fine di quella tempesta. Oggi sono qui, con i capelli più lunghi di allora e la vita che fantasticavo. Quel capello era una piccolissima domanda affidata al futuro. Oggi, la vita che sto costruendo è la risposta più bella.
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